venerdì 13 gennaio 2017

AYURVEDA HIC ET NUNC

La scelta di questo titolo, che accosta il termine sanscrito Ayurveda e i termini latini hic et nunc, ovvero qui e ora, indica la mia intenzione di trattare dell’Ayurveda qui, nel nostro mondo di tradizione classica, e ora, in questi tempi, in questo nostro presente.
E, seguendo il pensiero classico, al quale io, come tanti che hanno fatto propria l’Ayurveda e tanta parte della cultura dell’India, tuttavia appartengo per tradizione, per educazione, direi per memoria genetica, scelgo di cominciare ad analizzare il nome; nome omen, dicevano i latini, ovvero nel nome si racchiude l’essenza della cosa in sé, o anche nomina sunt consequentia rerum, i nomi esprimono ciò che naturalmente sono.
Ayurveda dunque, da noi in questo nostro Occidente.
Che cosa significa? Quale essenza racchiude?
Il più delle volte - ahimé - si utilizza questo nome in modo riduttivo, per indicare solo una delle sue, pur rilevanti, componenti, di solito il massaggio, la dieta, lo yoga.
Ma in questo caso la parte non vale per il tutto.
Non è difficile valutare quanto sto dicendo, basta piazzarsi comodamente seduti su internet - la grande inesauribile biblioteca dell’uomo contemporaneo - aprire un motore di ricerca qualunque, e immettere la parola chiave Ayurveda.
Le prime pagine sono quasi esclusivamente elenchi di centri di massaggio, di yoga, di meditazione, di diete ayurvediche, fra le più fantasiose, di centri vendita di prodotti, erboristici prima di tutto, ma non solo, oli e tavoli da massaggio, ecc.
Parola magica Ayurveda, sotto la quale vanno alcune delle componenti dell’Ayurveda e tutto l’indotto commerciale che ne consegue.
In alcuni siti, con una pretesa di serietà maggiore, c’è una pagina dedicata alla filosofia dell’Ayurveda; poche righe, di solito accompagnate da uno dei mille test possibili perché ogni lettore-visitatore possa individuare la sua Prakriti, qualche cenno sui Dosha e sulle minimali terapie - universali - per mantenerli in equilibrio.
E già qui un primo equivoco si fa strada, perché il Dosha in sé è una cosa, e il Dosha che si incarna nella Prakriti di un individuo è un’altra, deve fare i conti con gli altri Dosha, e con la Natura tutta, che si esprime in un habitat climatico, in una tradizione genetica, in una cultura, in una possibilità economica, sociale, religiosa.
Il secondo equivoco è che le pagine, oltre la home page, hanno il più delle volte accessi minimali; mi piacerebbe infatti conoscere oltre agli accessi al sito, che di solito generano la posizione nel motore di ricerca, anche gli accessi alle singole pagine, e valutare quanti, oltre all’accesso alla home page, entrano poi nella pagina della filosofia e quanto realmente vi si soffermino.
Da questa prima superficiale ricognizione possiamo trarre la prima constatazione: l’Ayurveda, in quanto tale, ovvero filosofia di vita, pratica di suggerimenti per conoscersi, per stare meglio, in buona salute, quindi tutto quello che noi occidentali chiamiamo prevenzione, e in quanto terapia, ovvero precisa valutazione dei modi e dei rimedi atti a rimettere a posto gli squilibri dei Dosha, non ha quasi posto, se non in alcuni siti che sono più che altro didascalici, e che danno dell’Ayurveda un profilo così come lo offrono di altre terapie del benessere, come va di moda dire oggi, o naturali o olistiche, come invece andava più di moda dire nell’ultimo decennio del secolo scorso; l’Ayurveda dunque alla pari del Reiki, dello Shiatsu, della Medicina Antroposofica, ecc., penalizzando l’Ayurveda quanto meno per un diritto di millenni.
Così, alla comune percezione dell’homo occidentalis, l’Ayurveda appare come una delle tante novità apparse all’orizzonte nell’età della New Age, una delle tante mode possibili, una delle varianti dolci all’invasività della medicina allopatica.
L’Ayurveda non è questo, quanto meno non è soltanto questo!
Se entriamo nel dettaglio delle componenti di cui sopra accennavo, la situazione si offre a numerosi spunti di riflessione, e non certo in chiave migliorativa.
Affrontiamo allora il massaggio!
A lui, anche per diffusione significativa in questo mondo del benessere e della possibilità di stare bene, compete il primo posto.
Se volgiamo il nostro sguardo in giro, quel che appare immediato, anche allo sprovveduto, è la totale scambiabilità fra gli aggettivi del sostantivo massaggio, indiano e ayurvedico, usati con la massima indifferenza.
Può darsi che questa interscambiabilità abbia una sua legittimità, in un mondo in cui la precisione linguistica fa dovunque difetto, ma è innegabile che quando Sushruta codifica il massaggio in chiave terapeutica, e quindi lo struttura secondo i principi e le conoscenze dell’Ayurveda, a fini terapeutici, sta utilizzando quanto del massaggio faceva parte della tradizione indiana, e dunque siamo di fronte alla codificazione di un massaggio indiano in chiave terapeutica, finalizzato a riequilibrare le energie in modo mirato e che diventa massaggio ayurvedico, il quale appunto utilizza una liturgia precisa di movimenti, che è quella e non un’altra, che utilizza olio, oli essenziali, decozioni e quant’altro, con una finalità che è terapeutica e che va dal semplice riequilibrio di uno dei Dosha, piuttosto che di un altro, o che mira a dare sollievo in una particolare patologia.
Ne deduco che non sia accettabile chiamare ayurvedico un massaggio effettuato in un centro di estetica, che manipola la persona con un olio tridoshana, acquistato in uno di quei centri ai primi posti dei motori di ricerca di cui si parlava e che, sovente, non ha neppure una sua precisa liturgia.
In questi ultimi due anni, per curiosità, sono entrato in svariati centri dove si pratica abyangam, massaggio ayurvedico, nella mia città, in Italia, in Francia, in Croazia, ecc., e ne ho dedotto quello che l’uomo comune inevitabilmente deduce, ovvero che il massaggio indiano o ayurvedico è il massaggio più fantasioso che ci possa essere: può essere effettuato iniziando con la persona prona o supina, dai piedi o dalla testa, può durare 20’ minuti o un’ora, può essere molto dolce o rilassante o può essere quasi doloroso, può essere un continuo sfregamento o può prevedere stiramento di dita, di arti, rotazioni del collo e della testa e così via e chi più ne ha, più ne metta.
In due anni in un solo centro di Parigi, ho fatto un massaggio con olio, che ha seguito la liturgia del massaggio descritto dai testi, in un ambiente sereno, con un tocco appena accennato di musica, con una sapiente e dolcissima mano che accarezzava dove si accarezza, strofinava dove si strofina, premeva sui punti deputati ad essere premuti, impastava e sollecitava i muscoli con le giuste vibrazioni. Una volta. L’esperienza di partecipare ad una manifestazione come il SANA di Bologna, è in questo senso altrettanto  illuminante: si può vedere come centri che praticano questo tipo di massaggio mostrino massaggi assolutamente differenti l’uno dall’altro, e quel che è più divertente o inquietante,  è che ognuno ha una sua ideologia, questo è il vero massaggio abyangam, questo è l’unico massaggio della tradizione del Kerala, il vero massaggio dell’India del Nord, del Sud, dell’Ovest, dell’Est, ecc. Vera e propria fiera delle vanità.
La domanda che viene spontanea, per chi non sappia nulla di massaggio ayurvedico, e che pensa che l’Ayurveda sia quello, in quanto la riduttività di cui parlavamo prima, gli ha già dato l’idea riduttiva che l’Ayurveda altro non sia se non massaggio, è la seguente: quale è, se c’è, un vero massaggio ayurvedico? E ancora, la varietà, per quanto di solito gradevole - ma a chi non fa piacere un massaggio qualunque esso sia - non è per caso frutto di estemporaneo tecnicismo del massaggiatore?
La domanda che mi sono fatto e che qui pongo è se esiste un modo per tutelare un nome, forse per brevettare il massaggio indiano e o ayurvedico, o se esistono altre forme di protezione almeno per quanto attiene al massaggio terapeutico, parte fondamentale del Panchakarma. Evitare insomma che lo sprovveduto possa per antonomasia trasferire all’Ayurveda tutto quello che è di una parte, ovvero in questo caso, tutta quella che è la vaghezza e la fantasiosità del massaggio al complesso sistema dell’Ayurveda.
E veniamo alla dieta, alla  così tanto pubblicizzata dieta ayurvedica, panacea fra tutte le diete possibili, ovviamente in primis per dimagrire, ossessione della civiltà occidentale, che è grassa semplicemente perché mangia troppo, troppo di corsa, e trangugia troppe porcherie.
Qualunque rivista per donne, ma non solo, ha avuto almeno una volta nell’ultimo anno uno spazio, più o meno rilevante, per la dieta ayurvedica.
Se torniamo al nostro Internet, vera biblioteca dell’uomo contemporaneo, il panorama che ci offre è sconfortante, in un solo sito indicato in prima pagina, quello di Amadio Bianchi, si dice a chiare lettere, prima di addentrarsi in qualsiasi altra spiegazione, che l’alimentazione corretta è quella più adatta alla propria costituzione.
Come dire che è l’unico di quelli nella prima pagina di un motore importante di ricerca, in cui si parta dall’Ayurveda, che parte dal suo pilastro fondamentale, che la distingue con certezza da ogni altra forma di terapia, ovvero che ogni individuo, su questa terra, è un caso unico, irripetibile nel tempo e nello spazio, e che ognuno ha la sua alimentazione, le sue malattie, compreso la sua obesità, e la sua terapia.
Per correttezza aggiungerò che in alcuni siti si trova l’indicazione di eseguire prima il test e di affidarsi poi, in base al risultato del test, alla scelta fra la dieta appropriata per Vata, Pitta e Kapha.
Ma vorrei anche aggiungere che fra gli infiniti Vata possibili, ognuno ha il suo Vata e soprattutto, al di là di una generica indicazione, non si può andare, perché ogni Vata vive in luoghi differenti, svolge professioni differenti, ha un differente livello di cultura e di stato sociale, per non parlare dell’età e dello stato di salute.
Non sono forse queste le indicazioni che provengono dall’Ayurveda più antica? Non è forse l’Ayurveda che ci sollecita a tener conto, nel momento in cui stabiliamo un piano terapeutico, dopo l’esame della Prakriti e l’anamnesi e l’indagine diagnostica, a valutare la provenienza del nostro paziente, intendendo le sue origini, il suo livello socio culturale e spirituale, e l’habitat in cui vive? Rinunciare a queste coordinate è declinare dall’Ayurveda, limitarsi a offrire una dieta che possiamo chiamare ayurvedica alla stessa stregua di come la potremmo chiamare del fantino, del minestrone, dissociata, a punti, ecc.
E allora, ci sarebbe da chiedersi davvero che cosa una dieta ayurvedica possa fare per un uomo occidentale che esce da casa la mattina e vi torna la sera, e che ha disposizione cibo precotto, preconfezionato, e soprattutto pochissimo tempo per consumarlo, e molta voglia di cibo dolce o di cibo salato e speziato; basterebbe infatti l’analisi dell’ossessiva ricerca dei gusti dolce salato piccante da parte della più parte dei consumatori di cibo veloce in Occidente, per capire quale sia il suo Dosha disturbato e per sapere che non sarà la dieta a salvarlo, ma la modificazione dello stile di vita.
Quale potere può avere infatti una mera variazione di qualità del cibo, in una vita che non cambia, o per scelta o per impossibilità?
La dieta proposta dalla tradizione ayurvedica, è una delle componenti di un ben più vasto progetto che coinvolge lo stile di vita; da sola, isolata dal suo contesto, è improponibile, è inutile, e alla fine inefficace. Se anche in questo caso, come per il massaggio, la parte vale per il tutto, in tempi brevi, passata la moda, diventa superata anche la dieta ayurvedica, ma il discredito cadrà poi su tutta l’Ayurveda.
E vorrei aggiungere che su questo punto, lo stile di vita, l’Ayurveda per l’uomo occidentale si è rivelata abbastanza latitante, come se avesse timore, per bocca di molti suoi esponenti, di dichiarare che la malattia e le malattie dell’Occidente, obesità compresa, sono frutto di un errato stile di vita, non certamente o non soltanto di un alterato metabolismo, conseguente ad una alimentazione inappropriata.
L’Ayurveda, per bocca di tanti suoi portavoce, si è già fin troppo adattata all’Occidente, quando offre di sé qualche carta, ma non osa giocare intera una partita, per timore di non avere consenso, audience, un pubblico pronto a seguirla, come tante altre novità esotiche e altrettanto pronto ad abbandonarla per nuove novità.
E, lasciatemi soffermare un momento sui test per individuare la propria costituzione, alla ricerca della Prakriti: possono essere un piacevole momento di svago, ma dalla piacevolezza all’attendibilità ce ne passa.
Sappiamo tutti che ognuno di noi ha di sé un’immagine, che di solito non corrisponde alla realtà.
E, per entrare nel merito, sappiamo anche che i vatici, tendenzialmente, nel rispondere a quesiti dalle molteplici variabili, ci si perdono, non sanno mai bene fino in fondo quale delle possibili risposte corrispondono ai loro mutamenti, e i pittici peraltro tendono ad essere sbrigativi, veloci, mirano al risultato finale, e infine i kaphici dovrebbero avere motivazioni così forti per portarlo avanti fino in fondo, che di solito essendo kaphici non hanno.
Una analisi della propria costituzione ha senso se un individuo ha incominciato a coglierne il significato, se ha cominciato a conoscere e ad ascoltare il suo corpo, a capire quando esso, pur avendo raggiunto una sorta di equilibrio, presenta dei sintomi sui quali vale la pena di soffermarsi a riflettere.
Buona parte dei miei pazienti afflitti da stitichezza, mi dicono che hanno raggiunto una loro normalità, anche se l’intestino funziona a giorni alterni o due volte a settimana, per loro che sono transitati talvolta verso stitichezze a prova di nitroglicerina, aver raggiunto, con l’uso di lassativi o di supposte, quel risultato, è un buon risultato, ma non lo è in termini assoluti, e così gli esempi si potrebbero moltiplicare; a proposito di pelli inaridite. la risposta più facile e comune che molti pazienti si danno è che il disturbo è la conseguenza di saponi sbagliati, un errore del profumiere; non certo la manifestazione di un disagio, che proviene dall’interno del loro corpo; d’altra parte, in una società che ci abitua costantemente a vedere la responsabilità dei nostri mali, nei virus, nei batteri, nelle cose che entrano in noi, o che ci sfiorano, come tessuti inadatti alla pelle, e mai appartengono alla nostra complessa individualità fatta di corpo e di mente, ovvero di emozioni, di stile di vita, ecc., è difficile proporre un’altra visione del disagio, ma non per questa difficoltà si deve declinare da uno dei pilastri dell’Ayurveda, che indica la causa della malattia, prima di tutto, in uno squilibrio della mente, in un eccesso di desideri o di paure, che poi sono le cose che non desideriamo.
Cogliere il disagio che ci affligge, come un nostro disagio, è operazione che richiede un riesame della nostra vita, della nostra mente, dei nostri desideri, dei nostri bisogni, e non tutti siamo sempre disponibili a compiere questo percorso, ma è questo invece che in ultima analisi ci chiede, e che ci può aiutare a fare  l’Ayurveda.
Proporre il test sulla nostra Prakriti, senza nessuna altra indicazione, è un modo come un altro di stare dentro ad un sistema rapido e sbrigativo, sintomatico, della civiltà occidentale e della sua medicina, sbrigativa sintomatica e fiduciosa che solo ciò che entra nell’uomo è male, che l’uomo nella sua fisicità protetta da vitamine e minerali è sano, ma fragile di fronte agli eventi esterni. Filosofia questa che per certi versi non è neppure più condivisa da tanta parte della medicina allopatica, la quale di fronte all’epidemia del virus da immunodeficienza, ha da tempo capito che i più deboli di fronte a questa aggressione sono i tossicodipendenti e quanti si sono sfibrati negli eccessi.
Per tutte queste ragioni, proporre una scheda sulla propria Prakirti, una dieta ayurvedica, o un massaggio simil indiano o ayurvedico, è soltanto qualcosa che attiene vagamente all’Ayurveda, al suo complicato catalogo di cibi, erbe e spezie, da utilizzare con sapiente discernimento; in particolare la dieta proposta è per lo più intesa come qualcosa d’universale, adatta a tutti, a prescindere dalla costituzione, dalla stagione, dal clima, dall’obiettivo che si voglia raggiungere, e destinata per ciò stesso a diventare una curiosità, magari da sperimentare per qualche giorno, ma per dichiararla poi inefficace o impraticabile.
Si possono trovare, navigando su internet o spulciando libri, cose veramente singolari, e per certi aspetti anche destinate a far perdere l’entusiasmo, persino a zelanti adepti dell’Ayurveda.
Complicati elenchi di erbe e spezie, ortaggi, frutta, da acquistare - e taluni di questi alimenti sono introvabili dalle nostre parti, in partibus occidentis, se non in alcuni negozi specializzati delle grandi metropoli, tutto per iniziare una dieta depurante; solo a leggere e a mettersi alla ricerca dei prodotti, soprattutto se non si abita in una metropoli, scoraggia chiunque; così questa bella dieta, che potrebbe certamente essere d’aiuto a un sacco di gente se solo ne cogliessero la filosofia che la anima, ovvero mangiare quel tanto che ti basta, fare attenzione al ciclo stagionale, al clima, al rapporto con il cibo, alle emozioni che lo sottendono, diviene esercizio arduo, e alla fine si perde un’occasione di approccio con una parte dell’Ayurveda e che potrebbe e dovrebbe essere se mai soltanto un veicolo per arrivare al tutto, all’Ayurveda nella sua totalità.
Ma vi è dell’altro: nella maggior parte dei testi, che trattano del cibo e propongono diete a diverso titolo, si propone sostanzialmente quella che è la dispensa indiana, con le sue erbe, le sue spezie, i suoi alimenti. Tutto questo fa sì che si propongano cibi e gusti, Rasa, che non appartengono al gusto occidentale.
Per cui, dopo la difficoltà di reperire i prodotti, il non semplice approccio con l’utilizzazione di un numero talvolta elevato di spezie, la laboriosità della preparazione di alcune ricette, che è l’antitesi di quanto l’uomo occidentale concepisca come preparazione del cibo, l’incontro con il gusto determina spesso l’abbandono, la rinuncia a quel tipo di alimentazione.
Il gusto è una memoria affettiva ed emozionale, identificatorio di una appartenenza sociale, etnica, religiosa.
L’Ayurveda ha insegnato ad ogni terapeuta che quando ha davanti il suo paziente, prima di stabilire un progetto terapeutico, deve chiedersi chi sia quella persona e, nel chi è, ci sta la considerazione della Prakriti, dell’età e della sua appartenenza, ovvero degli elementi che connotano la sua identità, appunto l’appartenenza religiosa, etnica, culturale, sociale.
Stabilito questo perché non ci sforza di offrire ai pazienti occidentali una dieta che sia costruita sui loro gusti, sulla memoria genetica del cibo, una dieta, che non li costringa a vivere come se fossero figli d’indiani, perché non lo sono.
E questa osservazione ci porta ad un’altra considerazione, ovvero all’incapacità di adeguare in modo serio quello cha l’Ayurveda ha stabilito per un certo tipo di utenti ad un altro tipo di utenti, ovvero avere attenzione per un pubblico di potenziali consumatori che appartengono ad altra cultura alimentare e che hanno un altro gusto e un’altra memoria della convivialità.
Non è difficile: lo studio delle erbe occidentali in chiave ayurvedica, che ho iniziato quando ho steso la mia tesi per l’Accademia Ayurvedica di Pune, ha dimostrato che si possono utilizzare erbe corrispondenti al gusto occidentale, senza necessariamente ricorrere a erbe per noi esotiche e dal gusto non sempre accettabile, così come la varietà dei dal indiani  trova analogie  con i nostri legumi, non è dunque necessario indaffararsi oltre modo  per trovare un tipo di dal, quando abbiamo a disposizione lenticchie e piselli secchi di varia qualità.
Ecco allora che una rigidità nell’offrire un prodotto diviene poi una barriera, che può essere facilmente superata. È singolare però che da una parte l’offerta di dieta ayurvedica quasi universale non esca dal limite dell’esotico, mentre per il massaggio vi sia stato un adattamento fin troppo zelante ai gusti dell’uomo occidentale.
L’Ayurveda ha come imperativo quello di guardare e valutare la provenienza del potenziale paziente, e questo vuol dire che occorre valutare i termini della proposta all’uomo occidentale, se vogliamo che, poco per volta, colga il senso profondo della filosofia che anima l’Ayurveda, e non la veda solo come uno dei tanti esotismi orientali dell’era dell’Acquario e della New Age, con le quali l’Ayurveda non ha da spartire alcunchè; altra è la sua storia, la sua filosofia, l’afflato mistico che la pervade.
E veniamo al terzo aspetto, Yoga.
Credo di non dire certamente qualcosa di nuovo quando dico che la più parte degli insegnanti di Yoga, di Ayurveda non sanno nulla. Lo Yoga è altro rispetto all’Ayurveda, anzi dirò di più, navigando su Internet, si scopre che lo Yoga è talvolta in siti che si occupano di omeopatia, di medicine naturali, ecc. Nei siti in cui si parla della filosofia dello Yoga si fa riferimento all’Induismo e ai Veda, in senso assolutamente generico, ma un riferimento all’Ayurveda è spesso totalmente assente o carente.
A me sembra che Yoga e Ayurveda siano già divenute due realtà separate e distinte, provenienti da un unica fonte, ma a sé stanti, come se l’una non fosse la parte spirituale di quella fisica, e l’altra la parte fisica di quella spirituale; separarle significa separare corpo, mente, spirito, trattare queste tre componenti come se non fossero la stessa essenza che si esprime a tre differenti stadi; è in ultima analisi la negazione dell’Ayurveda.
Ayurveda è, prima di essere una medicina una filosofia, una proposta di uno stile di vita, e quando è medicina è, come afferma Svoboda, un’arte che diventa guarigione solo quando il guaritore è coinvolto.
La prima domanda che mi sono posto e che pongo a chi mi leggerà è questa: che tipo di coinvolgimento si intende?
Svoboda ha ovviamente una sua risposta, dice infatti che il vero medico è un maestro che aiuta il paziente a lavorare sui problemi a tutti i livelli, il vero medico utilizza l’anamnesi, l’esame diagnostico per intuire le particolari possibilità del paziente e stabilire una strategia individuale di guarigione.
Il vero medico è un maestro, presuppone quantomeno che il paziente sia un allievo, allievo di una filosofia di vita e di una disciplina che lo porti a riconsiderare il suo stile di vita.
E allora mi chiedo come sia possibile fare questo quando come maestri si è disponibili saltuariamente, talora una o due volte l’anno, quasi esclusivamente per consegnare una lista di rimedi? Eppure questa è una realtà, che tutti conosciamo, alla quale dolorosamente contribuisce talvolta l’India stessa, che spedisce in Occidente i suoi maestri, che ricevono persino in aeroporto, fra uno scalo e l’altro, anche cento persone in un giorno.
L’Ayurveda non fa miracoli, ed è stata, nel tempo, estranea, a forme di mistici guaritori.
Di quale Ayurveda stiamo parlando, quale Ayurveda pratichiamo quando incontriamo i nostri pazienti una o due volte l’anno, e ai quali diamo una mera lista di rimedi? Non è certo questo il modo di lavorare su un paziente a tutti i livelli, ma soltanto sul piano della mera fisicità e talvolta, necessariamente, sul piano della risposta al sintomo.
E allora riformulo la domanda, in altro modo: è Ayurveda una terapia che guarda alla remissione del sintomo? No, non lo è.
Lo voglio dire con forza, non lo è da Charaka Samhita in giù, non lo è, se fa questo è mera imitazione dell’allopatia, mascherata da differenti diagnosi, da differenti rimedi, ma è imitazione dell’allopatia, con tutto quello che ne consegue, sul piano dello stile di vita, sul piano della terapia dell’anima e della mente.
Per di più, lavorare in questo modo, produce due conseguenze, la prima che la guarigione diviene molto improbabile, o quanto meno momentanea e superficiale, al massimo si pone appunto come rimedio ad un sintomo, e questo produce poi nel tempo un senso di sfiducia nei confronti di una filosofia, che ha invece un altissimo valore e una potenzialità terapeutica come nessun altra, e secondariamente, in questo operare,  si compie un significativo danno non soltanto a quel paziente, ma a tutta l’umanità, che superata la fase della moda, diviene diffidente nei confronti di una forma terapeutica, che, di per sé, agli occidentali, appare poco chiara e talvolta quasi stregonesca.
A me, sono capitati, nel tempo, pazienti che avevano già avuto contatti con l’Ayurveda e che ne erano usciti delusi, avevano trangugiato Triphala e quant’altro, ma dopo un sollievo iniziale, tutto era tornato come prima, perché non si erano rimosse le cause che provocavano quel sintomo, cause, che, è arcinoto, non sono mai soltanto fisiche, ma soprattutto emozionali.
In secondo luogo, lavorando così, noi, come pocanzi dicevo, stiamo semplicemente imitando la medicina allopatica, con l’unica variante che invece di utilizzare un repertorio di prodotti industriali di derivazione chimica, utilizziamo prodotti a base di erbe e di minerali. Ma questo non basta, perché noi diamo al paziente la sensazione, che a questo punto è obiettivamente reale, che l’unica differenza con l’allopatia sia quella. Il che non è così, e io mi ribello a gran voce a questa idea che l’Ayurveda si distingua dall’allopatia solo per il ricorso a rimedi naturali e a suggerire una dieta piuttosto che un’altra.
Alla stessa stregua, mi chiedo di quale Ayurveda stiamo parlando quando taluni terapeuti, vedono si e no il paziente per 15 minuti ogni tanto e dopo che, alla prima visita,  hanno fatto loro compilare uno dei vari questionari disponibili, per individuare la Prakriti e quindi, sulla base di manuali oggi esistenti, individuano la terapia, che dunque ha la caratteristica di essere omologata secondo il disturbo presentato. E, mi pare evidente, che anche in questo caso si voglia a tutti i costi essere come sono i medici allopatici, anzi i medici di base.
Dei questionari, abbiamo detto, non tedio ancora i miei lettori.
Ma vale la pena di riflettere sul fatto che l’uso di queste forme di indagine ha trovato così grande sviluppo in Occidente perché l’Occidente ama i test, anche in questo caso è sufficiente andare sulla home page di portali internet per valutare quante offerte di test ci siano, per sapere a quale albero, a quale animale assomigliamo, per sapere chi è il nostro partner ideale, per sapere se siamo guerrieri o sacerdoti e così via; ecco dunque un ulteriore esempio di come ci si stia adattando ad una forma mentis che è frutto di superficialità e velocità: in poche battute l’uomo dell’Occidente vuole sapere chi è, come è, a quali rimedi ricorrere per stare bene, sempre meglio, non rinunciando a nulla, vale a dire, lavorare a più non posso per guadagnare quanto più si può, non privarsi di tutto quello che piace, cibo, alcool, fumo, droga, divertimento, eccetera.
L’Ayurveda, come la medicina allopatica, compreso la chirurgia estetica, deve imperativamente offrirgli in modo rapido i suoi antichi tesori per ottenere quanto gli serve per quel progetto di vita?
Eh no, l’Ayurveda ha un suo progetto di vita, non può essere piegata per servirne un altro! Quanto meno io penso questo.
Ecco dunque uno dei rischi fondamentali che corre l’Ayurveda, scoperta in Occidente da circa quaranta anni, con un exploit a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, dunque vive una sua giovinezza e una necessaria immaturità, per questo dobbiamo guidarla, tutelarla dal rischio di essere omogeneizzata come tutto quello che accade in Occidente, dove tutto viene compresso, zippato, globalizzato, ovvero l’esatto contrario di ciò che è l’Ayurveda, che è l’unica delle terapie che io conosca che si rivolge ad ogni individuo, colto nella sua essenza di essere umano unico e irripetibile, nonché unità inscindibile di spirito, mente, corpo.
L’Ayurveda non può essere ridotta a una grande fabbrica di rimedi da distribuire con lo stesso principio del farmaco allopatico, non può essere considerata, perché non lo è, una medicina stricto sensu, alternativa ad un’altra. L’Ayurveda è un insegnamento, una filosofia, uno stile di vita, inteso nella sua complessità di emozioni, di mente e di spirito,  prima di essere terapia!
Occorre dunque una grande prudenza da parte di chi rincorre la medicina allopatica per avere riconoscimenti, perché l’Ayurveda non ne ha bisogno, non ha bisogno di credenziali, oltre quelle che già ha accumulato in secoli e secoli di vita.
Ci vuole prudenza prima di buttare a mare il patrimonio di cultura che ha elaborato l’idea di mente e di corpo e di spirito come unità, aspetti imprescindibili l’una dall’altra. Per questa ragione vedo con preoccupazione farsi strada l’idea che l’Ayurveda possa diventare specializzazione per medici, perché questo significa che l’Ayurveda sarà utilizzata alla stessa stregua dell’omeopatia, come alternativa al farmaco chimico, e nulla di più.
Oggi è più facile riscontrare i nuclei della filosofia ayurveda nella tradizione, peraltro recente, della medicina emozionale o della metamedicina, sono più vicini all’Ayurveda infatti autori come Dahlke, Dethlefsen, la Rainville, Schellenbaum, tanto per citarne alcuni, di quanto non lo siano alcuni testi di Ayurveda che girano in partibus occidentis, che sono un catalogo di malattie e di possibili terapie, a prescindere da chi ne sia il portatore e da quali stati d’animo o disagi della mente essi siano prodotti, e questa è un’ulteriore conseguenza della separazione così spesso marcata fra Ayurveda e Yoga, soprattutto laddove lo Yoga è di fatto diventato un modo di praticare una ginnastica dolce, appena al di là della palestra di fitness.
L’Ayurveda non può esimersi dal valutare le ragioni che alterano un Dosha, e che sono solo apparentemente fisiche: lo stress, il mangiare troppo e male, l’abuso delle proprie energie, l’abuso di sostanze o farmaci, sono frutto di desideri, di falsi bisogni, di emozioni, come l’invidia, la rabbia, la competizione sfrenata, la paura dell’inadeguatezza sociale, economica, sessuale, eccetera; sentimenti che hanno un sapore, che generano eccesso di sapori, che alterano i Dosha, semplicemente!
L’Ayurveda ha imparato nel corso di secoli a cogliere questa relazione, non si capisce perché oggi debba esprimersi in Occidente in modo diverso, tentando un impossibile adeguamento e correndo il rischio di diventare uno dei tanti sistemi che procurano benessere momentaneo e superficiale.
Innegabile che la domanda occidentale abbia prodotto un’offerta all’Occidentale, ma se non c’è un riscatto, all’Ayurveda toccherà la sorte di tutto quello che l’Occidente prende, ovvero vivere una o due stagioni inseguendo una moda più o meno effimera per essere manipolata, ridotta, adattata e infine espulsa.
Innegabile che ci siano interessi economici di non poco rilievo, intorno all’Ayurveda, così settorialmente intesa, e questo è il segnale che l’Occidente ha già vinto una battaglia, ma non ancora la guerra, se chi ha interesse per una sorte diversa dell’umanità si impegna a riportare l’Ayurveda a quello che tradizionalmente essa è nella sua essenza più profonda.
L’Ayurveda deve ritrovare orgogliosamente la sua identità, e questo passa prima di tutto dalla formazione di terapeuti e terapisti, dalla tutela della sua essenza e dalla tutela delle sue terapie, massaggio compreso, e dalla tutela del suo inscindibile rapporto con lo Yoga, e quando dico Yoga, dico, e lo sottolineo, anche meditazione.

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