giovedì 12 ottobre 2017

L'origine divina dell'AYURVEDA


Il più antico testo di medicina indiana, Charaka Samhita, che resta peraltro uno dei più antichi testi scritti al mondo[1], nonché il più antico testo di medicina in assoluto, dopo le iniziali parole, che definiscono l’ambito dell’argomento...noi tratteremo innanzitutto della durata della vita così come il maestro Atreya l’ha esposta...fa seguire la narrazione di come l’Ayurveda abbia un’origine divina, avendola trasmessa Brahma[2] a Prajapati, il Signore delle creature, il quale, a sua volta, lo trasmise agli Ashivin, i gemelli divini che erano considerati i medici degli dei, che, a loro volta, lo comunicarono a Indra[3].


Si dichiara così l’origine divina dell’Ayurveda, che sembra tuttavia rimanere appannaggio degli dei, fino a quando non accadrà, come poco dopo sarà raccontato, che gli uomini si rivolgano a Indra, il quale, a sua volta, la trasmetterà loro, tramite alcuni saggi.
In questo senso la rivelazione divina non rappresenterebbe una novità rispetto ad altri libri considerati ugualmente rivelati, come la Bibbia, il Corano, ecc., se non per il fatto che, in questo caso, sono gli uomini a chiedere l’intervento della divinità, e non è dunque la divinità che, all’origine dell’universo, entra in rapporto con la creazione dell’uomo, e nemmeno è la divinità, che, autonomamente, interviene per rivelarsi all’uomo, sotto differenti spoglie.

Sono gli uomini infatti a rivolgersi alla divinità, e questo rivolgersi ha una ragione ben precisa, come è scritto...quando sono apparse le malattie causa di molteplici ostacoli al ravvedimento degli errori, alla pratica dell’astinenza, allo studio, alla buona condotta e alla buona salute.
Si dà dunque per scontato che gli uomini fossero già apparsi sulla Terra, e che avessero avuto una loro progressiva evoluzione, e che, evidentemente, da uno stato di salute primigenio, li avesse condotti a una condizione di malattia.


Interessante leggere come venisse considerata la malattia, seguendo il racconto di Charaka, e quali conseguenze essa si riteneva producesse sia sul singolo individuo, sia sulla collettività; la buona condotta infatti non può non avere ricadute sulle relazioni interpersonali e quindi sulla salute di tutta la comunità; marginalmente è interessante anche la notazione relativamente alla malattia come impedimento allo studio, da intendersi come bisogno di conoscenza e fonte di consapevolezza, studio inteso come forma di evoluzione personale, la qual cosa sarà meglio chiarita qualche riga dopo, proseguendo nelle lettura del testo.

Alcuni saggi, considerando che gli uomini si trovavano in quelle condizioni conseguenti allo stato di malattia, si riunirono in assemblea in un luogo scelto...nei contrafforti dell’Himalaya, dove...illuminati dalla magnificenza del loro ascetismo e purificati al fuoco delle offerte, tutti presero posto per deliberare sotto i migliori auspici.
Il problema su cui preliminarmente i saggi si concentrarono, fu quello dei tre valori dell’esistenza terrestre, ovvero...il rispetto delle regole per restare in armonia con l’ordine universale – Dharma – il controllo attento nella gestione dei beni materiali – Artha – la soddisfazione che può derivare da un buon controllo dei sensi – Kama – i quali tutti e tre consentono di liberarsi dal conflitto della dualità – Moksha – .
Solo seguendo questi valori si esalta la salute, vivendo nell’assenza della malattia; la malattia, a sua volta, altera questi valori, e la salute vien sempre meno, e con essa infine viene meno la vita stessa.
Mi pare oltretutto di significativo interesse che il primo di questi valori sia quello di restare in armonia con l’ordine universale, la qual cosa fa di questo primo testo di medicina, anche il primo testo di ispirazione ecologica ed olistica; questa precisa relazione fra individuo e universo rende tutt’oggi l’Ayurveda di grande ispirazione filosofica e ideologica, e per il suo afflato profondamente spirituale, la rende quasi una forma di religione.

Partendo da questa considerazione, ovvero che il discostarsi dall’osservanza delle tre regole fosse il più grosso ostacolo per gli esseri umani nel condurre la loro vita, i saggi stabilirono di trovare un rimedio a questa condizione di malattia, e la loro meditazione indicò loro di rivolgersi a Indra, che sembrava essere il solo in grado...di svelare gli strumenti per contrastare le conseguenze di questo flagello.

Il saggio Bharadvaya si offrì di recarsi alla dimora di Indra, e quando gli fu dappresso gli rivolse questo messaggio...Signore degli dei, sono apparse delle malattie, che seminano il terrore fra gli esseri viventi; potresti tu rivelarmi il metodo efficace per disfarsene? Indra ascoltò, e, dopo aver apprezzato la potente intelligenza del saggio, gli trasmise...in poche frasi i segreti dell’Ayurveda.




[1] Sulla datazione del testo c’è un’ampia letteratura; un’interessante disanima si può leggere in Le radici dell’Ayurveda, a cura, e con un saggio, di Dominik Wujastyk, Adelphi, 2011.
[2] Brahma, nei più antichi testi vedici, è il principio assoluto che tutto precede e da cui tutto procede.
[3] Indra è la più grande divinità della religione induista, detiene il potere temporale, protettore dei popoli a lui devoti.



giovedì 5 ottobre 2017

MEDITAZIONE del PLENILUNIO della BILANCIA

La Luna, nella prima Cantica della Divina Commedia, assume prevalentemente la funzione di indicatore temporale, anche se è utilizzata da Dante attraverso il ricorso alle differenti figure mitologiche collegate alla Luna, avvalendosi di tutto il corredo della classicità pagana e della cristianità delle origini.

La prima volta in cui incontriamo la Luna nella Divina Commedia, è nel X Canto, nelle parole pronunciate da Farinata degli Uberti[1], che suonano come una profezia:

Ma non cinquanta volte fia riaccesa
La faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa[2]. 

Ecco, in questi versi non abbiamo soltanto il richiamo all’utilizzazione della Luna come misura del tempo, ma anche un richiamo al ruolo, che la Luna svolge come reggitrice dell’Inferno; in questa occasione Dante fa riferimento alla mitologia classica che identificava la Luna con Proserpina. 

Mi sono chiesto come mai Dante avesse scelto, in questa occasione, la raffigurazione del mito di Proserpina per riferirsi alla Luna e ai suoi cicli, e che, ripeto, è la prima volta in cui la Luna viene citata nell’Inferno.

Sembra che questa curiosità fino ad oggi non sia stata soddisfatta; e allora mi sono messo alla ricerca. Per comprendere, credo che bisogna risalire sia al mito di Proserpina e sia alla figura di Farinata, inserita nel contesto del Canto X.

Andiamo con ordine. Proserpina, figlia di Cerere, fu rapita da Plutone, Re degli Inferi, mentre coglieva fiori sulle rive del lago Pergusa, nei pressi di Enna. Plutone la trasportò su un cocchio trainato da quattro cavalli neri nel suo regno, dove la trasse sposa rendendola regina del suo regno, dove il Sole non entrava mai. 

La madre Cerere, disperata dopo aver pianto tutte le sue lacrime, si prostrò ai piedi di Giove, Padre degli Dei, chiedendo di liberare sua figlia da quella prigionia. Poiché Giove non voleva mettersi in urto con suo fratello Plutone, tergiversava, così Cerere furente provocò una carestia sulla terra, così che Giove chiese al fratello di restituire Proserpina alla madre, ma, prima di procedere alla liberazione egli le fece mangiare dei semi di melograno, che la resero per sempre legata a lui; si arrivò, dopo alterne vicende, alla decisione di far trascorre a Proserpina i sei mesi del periodo dall’autunno all’inverno presso il consorte, durante i quali Cerere, come se fosse in lutto, non feconda la natura ed essa quindi non dà frutto, e gli altri sei mesi presso la madre, così, costei felice, ritorna a fecondare la natura[3]. 

Proserpina vive per questa ragione due differenti esistenze, non sapendo più forse quale sia la sua vera dimora: quella alla luce del Sole o quella degli Inferi, o comunque vivendo ognuna con la privazione dell’altra; ognuna con una parte soltanto di affetti familiari. 

A partire dal Canto VI, Dante aveva cominciato ad affrontare le problematiche politiche della sua città e poi di sé stesso; Ciacco[4], incontrato nel girone dei golosi, avverte Dante circa l’evoluzione della lotta fra guelfi neri, capeggiati dai Donati, tra i quali militavano i familiari di sua moglie, e i guelfi bianchi, ai quali Dante per affinità di vedute politiche si era dapprima avvicinato, e con i quali poi aveva scelto di impegnarsi politicamente[5]. Dante dunque, con questa sua scelta si trovò in una situazione di conflittualità all’interno della sua stessa famiglia. Ciacco palesa a Dante l’evoluzione di questo dissidio civile, all’interno di Firenze, e che avrà profonde ripercussioni sulla vita di Dante stesso[6] perché, condannato dai Neri nel 1302, sarà costretto a mettersi sulla via dell’esilio e non tornerà mai più a Firenze[7]. In qualche modo si evidenzia dapprima una lotta intestina, che da civile si insinua all’interno della sua stessa famiglia, e poi la profezia dell’esilio, della separazione dalla casa, dalla patria e dagli affetti. 

Questo tema dell’esilio e della separazione dai propri cari si ripropone in questo Canto attraverso l’incontro con Farinata[8] nel girone degli eretici, che nello specifico sono epicurei, negatori dell’immortalità dell’anima. I pensieri di Farinata, ma non soltanto i suoi, ma anche di Cavalcante Cavalcanti[9], che all’interno dello stesso incontro fra Dante e Farinata, farà una breve, eppure intensa apparizione, sono tutti volti al mondo dei vivi, a Firenze e al partito dei ghibellini, esiliati dalla città dai guelfi. 

Il dialogo fra i due si svolge in modo appassionato, entrambi animati da una partecipazione politica alle vicende di Firenze, e in sottofondo delle vicende del conflitto che oppone Impero e Papato. Pur non essendosi mai conosciuti, in quanto appartenenti a due generazioni diverse, sembra che fra i due vi sia una comprensione particolare del dramma dell’esilio. È interessante questo spaccato che rappresenta la divisione fra mondo degli Inferi e mondo dei vivi, che fa da sottofondo all’altra separazione, quella degli esiliati. 

Qui si inserisce Farinata, con la sua profezia relativa all’esilio di Dante, che non avrà fine. Farinata, che ha appena dichiarato che a lui l’arte male appresa, ovvero che i fiorentini non abbiano imparato a interrompere la dura condanna dell’esilio, pesa ancor più della tomba rovente nella quale sconta la sua condanna, si rivolge ora a Dante con le parole profetiche, con un tono di grande compassione, che si rivela nella parola pesa. Farinata accumuna Dante nel medesimo dolore dell’esilio[10], in questo emergendo dalla dura realtà infernale, manifestando ancora un forte sentimento di umanità. 


Non è casuale allora che la Luna che qui chiama in causa Dante, sia la Luna accomunata al mito di Prosperpina. Volutamente credo che Dante utilizzi questa figura mitologica per affermare il principio del dolore dell’esistenza di chi si divide fra differenti patrie, di chi si allontana dalla propria casa, dalla propria famiglia, dalla propria patria. 

Di questo faccio oggetto di meditazione in questo incontro. 




[1] Farinata degli Uberti, (Firenze, 1212 circa – Firenze, 11 novembre 1264), è stato un nobile ghibellino, ovvero sostenitore dell’impero, appartenente a una tra le famiglie fiorentine più antiche e importanti. Così lo ricorda Giovanni Villani, nella sua Cronaca: E nel detto parlamento tutte le città vicine, e’ conti Guidi, e’ conti Alberti, e que’ da Santafiore, e gli Ubaldini, e tutti i baroni d’intorno proposono e furono in concordia per lo migliore di parte ghibellina, di disfare al tutto la città di Firenze, e di recarla a borgora, acciocché mai di suo stato non fosse rinomo, fama, né podere. Alla quale proposta si levò e contradisse il valente e savio cavaliere messer Farinata degli liberti e nella sua diceria propose gli antichi due grossi proverbi che dicono: com’ sino sape, così minuzza rape; e vassi capra zoppa, se ‘I lupo non la ‘ntoppa: e questi due proverbi rimesti in uno, dicendo: com’asino sape, si va capra zoppa; così minuzza rape, se ‘I lupo non la ‘ntoppa; recando poi con savie parole esempio e comparazioni sopra il grosso proverbio, com’era follia di ciò parlare, e come gran pericolo e danno ne potea avvenire, e s’altri ch’egli non fosse, mentre ch’egli avesse vita in corpo, colla spada in mano la difenderebbe. Veggendo ciò il conte Giordano, e l’uomo, e dell’autoritade ch’era messer Farinata, e il suo gran seguito, e come parte ghibellina se ne potea partire, e avere discordia, sì si rimase, e intesono ad altro; sicché per uno buono uomo cittadino scampò la nostra città di Firenze da tanta furia, distruggimento, mina. Ma poi il detto popolo di Firenze ne fu ingrato, male conoscente contra il detto messer Farinata, e sua progenia e lignaggio, come innanzi faremo menzione. (Giovanni Villani – Nuova Cronica, Libro VI, Capitolo LXXXI) 
[2] Dante, Divina Commedia, Inferno, Canto X, vv. 79-81. 
[3] Il mito di Proserpina trova riscontro presso molti scrittori latini, a partire da Cicerone e Strabone e fino a Claudiano; il racconto poetico del rapimento si può leggere nelle Metamorfosi di Ovidio, V, vv. 341-461, sebbene inframmezzato da alcune altre narrazioni; mentre il racconto più dettagliato di tutta la vicenda si può leggere in C. Claudiano, De raptu Proserpinae: Plutone, dio degli inferi, stanco delle tenebre del suo regno, decise un giorno di affiorare alla luce e vedere un po’ di questo mondo…Dopo un lungo e faticoso cammino emerse infine su una pianura bellissima, posta a mezza costa del monte Enna. Era Pergusa, dal lago ceruleo, alimentato da ruscelli armoniosi e illeggiadriti da fiori di tante varietà che mischiando i profumi creavano soavi odori e così intensi da inebriare…Ad un tratto, volgendo lo sguardo, scorse in un prato un gruppo di fanciulle che coglievano fiori con movenze leggere, fiori tra i fiori…[Plutone] si precipitò verso di lei [Proserpina], che, scortolo, così nero e gigantesco, con quegli occhi di fuoco e le mani protese ad artigliarla, fu colta dal terrore e fuggì leggera assieme alle compagne…Il dio dell’Ade, in due falcate le fu addosso e l’abbracciò voracemente e via col dolce peso; la pose sul cocchio, invano ostacolato da una giovinetta, Ciane, compagna di Proserpina, che tentò di fermare i cavalli, ché il dio infuriato la trasformò in fonte. Ancora oggi Ciane, con i suoi papiri, porta le sue limpide acque a Siracusa…Dopo nove giorni e nove notti insonni di dolore, decise di rivolgersi a Giove per impetrarlo di farle riavere la figlia; ma Giove nicchiava, infatti come avrebbe potuto tradire suo fratello Plutone? Allora Cerere, folle di dolore, decise di provocare una grande siccità in tutta la terra. E dopo la siccità venne la carestia e gli uomini e le bestie morivano in grande quantità. Non valevano invocazioni e scongiuri alla dea, che era irremovibile. Giove inviò Mercurio da Plutone per imporgli di restituire Proserpina alla madre. A Plutone non restò che obbedire. Però, prima di farla partire, fece mangiare alla sua amata dei chicchi di melograno. 
[4] Ciacco è un personaggio letterario, citato da Dante Alighieri nell’Inferno tra i golosi (Canto VI, vv. 34-75) e anche da Giovanni Boccaccio in una novella del Decamerone. La sua figura non è ancora stata individuata storicamente. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: così questo personaggio si presenta a Dante e Virgilio nel VI Canto. Ciacco è un sostantivo al quale si attribuiva normalmente il significato di “porco”; ma Ciacco era semplicemente da intendere come il diminutivo dei nomi Jacopo e Giacomo. Non sappiamo quale dei due significati abbia voluto intendere Dante, ma è probabile che intendesse entrambe le interpretazioni come valide. 
[5] Quando Dante aveva dodici anni, nel 1277, fu concordato il suo matrimonio con Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, che successivamente sposò all’età di vent’anni nel 1285. Contrarre matrimoni in età così precoce era abbastanza comune a quell’epoca; lo si faceva con una cerimonia importante, che richiedeva atti formali sottoscritti davanti a un notaio. La famiglia a cui Gemma apparteneva – i Donati – era una delle più importanti nella Firenze tardo-medievale e in seguito divenne il punto di riferimento per lo schieramento politico opposto a quello del poeta, vale a dire i guelfi neri. Poco dopo il matrimonio, Dante cominciò a partecipare come cavaliere ad alcune campagne militari che Firenze stava conducendo contro i suoi nemici esterni, tra cui Arezzo (battaglia di Campaldino dell’11 giugno 1289) e Pisa (presa di Caprona, 16 agosto 1289). Successivamente, nel 1294, avrebbe fatto parte della delegazione di cavalieri che scortò Carlo Martello d’Angiò (figlio di Carlo II d’Angiò) quando questi si trovava a Firenze. L’attività politica prese Dante a partire dai primi anni 1290, in un periodo quanto mai convulso per la Repubblica. Nel 1293 entrarono in vigore gli Ordinamenti di Giustizia di Giano Della Bella, che escludevano l’antica nobiltà dalla politica e permettevano al ceto borghese di ottenere ruoli nella Repubblica, purché iscritti a un’Arte. Dante, in quanto nobile, fu escluso dalla politica cittadina fino al 6 luglio del 1295, quando furono promulgati i Temperamenti, leggi che ridiedero diritto ai nobili di rivestire ruoli istituzionali, purché si immatricolassero alle Arti. Dante, pertanto, si iscrisse all’Arte dei Medici e Speziali. L’esatta serie dei suoi incarichi politici non è conosciuta, poiché i verbali delle assemblee sono andati perduti. Comunque, attraverso altre fonti, si è potuta ricostruire buona parte della sua attività: fu nel Consiglio del popolo dal novembre 1295 all’aprile 1296; fu nel gruppo dei “Savi”, che nel dicembre 1296 rinnovarono le norme per l’elezione dei priori, i massimi rappresentanti di ciascuna Arte che avrebbero occupato, per un bimestre, il ruolo istituzionale più importante della Repubblica; dal maggio al dicembre del 1296 fece parte del Consiglio dei Cento. Fu inviato talvolta nella veste di ambasciatore, come nel maggio del 1300 a San Gimignano. Nel frattempo, all’interno del partito guelfo fiorentino si produsse una frattura gravissima tra il gruppo capeggiato dai Donati, fautori di una politica conservatrice e aristocratica (guelfi neri), e quello invece fautore di una politica moderatamente popolare (guelfi bianchi), capeggiato dalla famiglia Cerchi. La scissione, dovuta anche a motivi di carattere politico ed economico (i Donati, esponenti dell’antica nobiltà, erano stati surclassati in potenza dai Cerchi, considerati dai primi dei parvenu), generò una guerra intestina cui Dante non si sottrasse schierandosi, moderatamente, dalla parte dei guelfi bianchi. 
[6] Dante, Divina Commedia, Inferno, Canto VI, vv. 49-75. 
[7] “Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia”. (Libro del chiodo – Archivio di Stato di Firenze – 10 marzo 1302) 
[8] Sulla figura di Farinata degli Uberti nell’Inferno vi è una ricca bibliografia, segnalo qui gli ultimi lavori pubblicati: Vittorio Sermonti, Inferno, Rizzoli 2001, e Umberto Bosco e Giovanni Reggio, La Divina Commedia – Inferno, Le Monnier 1988. 
[9] Cavalcante de' Cavalcanti (1220 circa – 1280 circa) è stato un filosofo epicureo italiano vissuto nel tardo Medioevo, padre di Guido Cavalcanti (Firenze, intorno al 1258 – Firenze, 29 agosto 1300). Egli si solleva dalla tomba per chiedere se suo figlio è ancora vivo con un verso di altissima sensibilità: “non fiere gli occhi suoi lo dolce lume?”; esitando Dante a rispondere, ricadde nella tomba senz’altro aggiungere “supin ricadde e più non parve fora”. (Inferno, Canto X, vv. 58-69) 
[10] Credo che solo Ernesto Giacomo Parodi (Genova, 21 novembre 1862 – Firenze, 31 gennaio 1923) si sia soffermato sull’aspetto compassionevole di Farinata nei confronti di Dante. Cfr. Parodi E. G., L’ideale politico di Dante, in Dante e l’Italia, Roma 1921, pp. 75-135.

sabato 9 settembre 2017

VianDante...

La Divina Commedia – Spunti per la Meditazione del Plenilunio

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.



In più di un’occasione, simile a questa, che ci prepariamo ad avviare in questo nuovo anno sociale, ovvero di meditazione, mi era capitato di riflettere che la Divina Commedia avesse un incipit, che era il porsi nella meditazione; la prima volta che mi accadde di affrontare questa riflessione fu moltissimi anni fa, a Roma, alla Scuola di Ayurveda, quando la nostra maestra condusse noi allievi del primo corso, in una meditazione guidata – per inciso, quando ero agli albori dei miei studi in Ayurveda – e suggerì di considerare la meditazione come una pausa che una persona compie nel cammino della sua vita. Ripensai subito all’esordio della Divina Commedia, e questa riflessione mi ha accompagnato frequentemente, quando mi accingo a guidare una meditazione o a praticarla. 

Così mi è capitato di soffermarmi sulle parole di Dante, che sono sempre state interpretate in senso cronologico, ovvero come indicatore dell’età fra trenta e quaranta anni, come lo stesso Dante aveva affermato nel Convivio[1] riprendendo con molta probabilità un versetto di Isaia…in dimidium dierum meorum vadam ad portam inferi[2]. 

Tuttavia nessuno mi vieta di poterlo ritenere, anche in senso più generale, come una sosta nel mezzo di una strada, cammin, nel senso figurato di luogo: fermarsi nell’incedere quotidiano, offrirsi una sosta nell’affannosa corsa, che tutti gli uomini, soprattutto di questi tempi, sono costretti a compiere per stare al passo con le richieste della vita; sostare per valutare dove si stia andando, riappropriarsi del senso della vita che viviamo, soppesare gli obiettivi che ci sia è dati, e sottoporli a verifica, sostare per sospendere il chiacchiericcio della mente. 

Quanti di noi, oggi, decidono di offrirsi una sosta nell’affannosa corsa che compiono quotidianamente, e per questo stabiliscono di affrontare un cammino; chi si pone sulla via di Santiago de Campostela, chi sulla via Francigena, ripercorrendo percorsi secolari[3] di chi riponeva nella vita un senso, che non era solo quello materiale, o chi si pone in viaggio magari soltanto per ritrovarsi, per ritrovare la via e la vita[4]. 

L’idea di cammino animò i cavalieri di Francia, che decisero di andare a liberare il Santo Sepolcro, e attraverso una letteratura amplissima, che vede eroine mettersi in cammino per ritrovare il loro uomo o il loro sposo, a partire da quanto si può leggere nelle Metamorfosi di Apuleio[5], con il nome di favola di Amor e Psiche[6], fino ad arrivare alla moderna visione di chi si mette on the road[7] per rompere con gli schemi tradizionali della società, il cammino ha rappresentato sempre un modo di interrompere una realtà consolidata, di tentare forse soltanto di uscirne per un po’, un modo per ritrovare qualcosa che si è perduto, in primis sé stessi[8]. 

Non mi pare allora di essere fuori luogo se sento di poter interpretare quella sosta dantesca come una sosta nel mezzo di una via-vita, che può avvenire, per scelta o per accadimento[9], a qualsiasi età[10].

Questo è il primo motivo, per cui ho scelto di utilizzare quanto dalla Divina Commedia poteva essermi utile per affrontare il ciclo delle Meditazioni del Plenilunio, nel corso di questo anno sociale, 2017-2018.

Un altro motivo però, nel tempo, mi si era fatto strada nella mente: la Divina Commedia resta per l’Occidente un punto di riferimento culturale essenziale, basti pensare che oggi fra i centri più accreditati di studio dantesco c’è il Dartmouth College degli Stati Uniti[11], che la Divina Commedia è stata tradotta in latino in età umanistica, e da allora tradotta in molte delle principali lingue. I circoli danteschi sono attivi in tutto il mondo occidentale, a cominciare dalle sedi della Società Dante Alighieri[12] diffusa in tutto il mondo, malgrado i continui tagli vessatori a cui la sottopone il ministero della pubblica istruzione insieme al ministero degli esteri.

La Divina Commedia è punto di riferimento per una combinazione di elementi, essendo l’enciclopedia della cultura medievale e quindi della biblioteca di riferimento di questa cultura, ovvero la classicità greca e latina, la tradizione giudaico-cristiana, la conoscenza araba e pagana; ma è anche un punto assodato a cui si rivolgerà la cultura successiva a partire dalla formazione della lingua italiana e quindi delle espressioni culturali che in quella lingua avverranno; al di là di questo è una somma di conoscenze relative a quel tempo, ma talvolta anche inspiegabili, almeno parzialmente per quel tempo; il suo linguaggio infatti, talvolta, eccede dalla conoscenza per accedere ad una più sottile interpretazione della realtà, che per molti si inserisce nell’ambito dell’esoterismo[13].

Riprenderla in mano, con la funzione di utilizzarla come spunto di meditazione, ha per me vari livelli interpretativi: il primo più evidente è quello di un ritorno alle origini, si potrebbe dire, ma piuttosto preferisco definirla una ricerca sull’identità, sulle radici che reggono la storia dove sono nato, cresciuto e vissuto; in secondo luogo, è stata la considerazione di quanto la Divina Commedia sia poema di ascesi, di consapevolezza, di crescita individuale della persona, e quindi mi sembrava essere idonea a suggerire spunti per una meditazione come questa, che mensilmente si rinnova, che ha la finalità di rendere consapevoli le persone di alcuni fondamentali valori, che, prima di essere patrimonio di una religio, sono patrimonio dell’umanità e dell’umanità anche priva o privata di qualsivoglia spirito religioso; in terzo luogo, perché la Luna accompagna, nelle sue varie interpretazioni e simbologie, tutto il procedere dell’opera dantesca, con una preponderanza nella prima cantica, Inferno, in quanto in absentia lucis divini solis, la Luna è l’unico segnatempo.



[1]Convivio, IV, 23 6 e 9.
[2]Isaia XXXVIII, 10. 
[3]In un interessante sito, www.apiediperilmondo.com, vi si possono trovare spunti interessanti e almeno 10 validi motivi per mettersi in cammino. In un altro sito, www.illibraio.it, si può leggere un bel lavoro di Antonio Sanfrancesco, del 28.06.2016, dal titolo Mettersi in cammino verso Santiago e non solo, in cerca di risposte, in cui l’assunto principale è che i Cammini d’Europa non conoscono declino, e dove indica oltre il più noto cammino verso Santiago anche le altre storiche mete. Si tratta di un bel lavoro, che merita la lettura.
[4]”Via” è chiamata la vita, poiché ciascun uomo cammina verso una meta. Come coloro che durante la navigazione dormono o sono condotti spontaneamente dal vento in porto, anche se non se ne accorgono, (perché la corrente li spinge al compimento del loro viaggio), così anche noi, mentre il tempo della nostra vita scorre, ci affrettiamo, ciascuno verso il proprio fine, con il corso insensibile della nostra vita, come un movimento continuo e inesausto. Ad esempio, dormi e il tempo ti passa inosservato; vegli e sei irrequieto. Tuttavia, la via si consuma, anche se sfugge alla nostra percezione. Tutti noi uomini, dunque, corriamo una sorta di corsa, ciascuno affrettandoci verso il nostro fine. Perciò siamo in via. Così potresti intendere il significato di “via”. In questa via sei un viandante. Tutto tu oltrepassi, tutto resta dietro di te. Hai visto sulla strada un germoglio o dell’erba, o dell’acqua o qualunque altra cosa degna di essere osservata. Ne hai goduto un attimo, sei passato oltre. (Basilio, Om sul Sal.1)
[5]Apuleio, Metamorfosi, IV 28-VI 24.
[6]Su questa favola, si può consultare il bellissimo volume di T. Mantero, Amore e Psiche, struttura di una fiaba di magia, Istituto di Filologia Classica e medievale, 1973, nel quale sono riportare praticamente tutte le ascendenze e discendenze nella letteratura favolistica.
[7] A partire da J. Kerouac, che potremmo intendere come capostipite di questo filone, numerosi sono stati gli autori che hanno raccontato il loro mettersi in cammino, nella logica di mollare tutto per riappropriarsi della vita o per seguire un sogno o perché attratti dal fascino dell’ignoto. Si può consultare a questo proposito nel sito Booktobook, lo scritto 10 grandi romanzi on the road per andare oltre Jack Kerouac.
[8]Ai discepoli giunti sulle rive del Giordano, Gesù domanda: “Che cosa cercate?”. (Giovanni, I, 28-39)
[9]Si racconta che Gautama uscì dalla reggia all’età di 29 anni, e lì vide la sofferenza del mondo; si mise in cammino per diventare il Buddha; poco meno che trentenne era anche Saulo di Tarso, quando fu illuminato sulla via di Damasco, e divenne Paolo, l’Apostolo; Alexandra David Neel si mise in viaggio, poco più che quarantenne.
[10]Si decide il viaggio per cambiare se stessi, alla ricerca di una nuova identità, quanto meno, per conoscersi meglio, più a fondo, in un contesto più leggero, meno inibente. Si viaggia, in una parola, alla ricerca di sé stessi, ma poi, giunti alla meta, si trova che la propria anima è cambiata…A un certo punto il dolore, la dissonanza fra individuo e società, fra famiglia e lavoro, non è più sopportabile. Decido: mi alzo; esco; parto, partiamo…Si parte, anche senza saperlo, per trovare qualche cosa che si è perduto, un bene andato smarrito, ma non si trova la cosa desiderata, il valore sognato. Se ne trova un altro. Ma non si sa ancora che cosa sia, che cosa comporti. Di fatto, si parte alla ricerca della propria identità smarrita o debole o confusa, ma nel corso del viaggio l’identità che si va cercando cambia, inevitabilmente, si fanno nuovi incontri, e alla fine del viaggio ci si ritrova con una nuova, inedita, inaspettata identità. Uno parte alla ricerca di se stesso e finisce per ritrovare un altro che non gli somiglia, un sé sconosciuto, un intruso. Talvolta, basta un incontro in treno, un caffè preso insieme per caso, un amorazzo apparentemente insignificante, e la vita è cambiata. Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In questo senso, il viaggio…ha un effetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorientamento profondo (Franco Ferrarotti, Partire, tornare. Viaggiatori e pellegrini alla fine del millennio, Donzelli, Roma 1999).
[11]Presso questo college è attivo il The Dartmouth Dante Project, al quale si rivolgono studiosi danteschi di tutto il mondo.
[12]Fondata nel 1889 grazie ad un gruppo di intellettuali guidati da Giosuè Carducci che diramarono un “Manifesto agli italiani”, venne eretta la fondazione con Regio Decreto del 18 luglio 1893, n. 347; con Decreto Legge n. 186 del 27 luglio 2004 è assimilata, per struttura e finalità, alle ONLUS.
[13]Rimando per questo aspetto al libro di R. Guenon, L’esoterismo di Dante, nell’edizione Adelphi, 2001.

venerdì 1 settembre 2017

La Luna nella Divina Commedia, filo conduttore del ciclo di meditazioni del plenilunio 2017-2018


Ho scelto, in questi anni trascorsi, di individuare un tema per le meditazioni del plenilunio. Questo anno, ho scelto di soffermarmi sulla Luna nella Divina Commedia. Un ritorno alle origini si potrebbe dire, ma piuttosto preferisco definirla una ricerca sull’identità, sulle radici che reggono la storia dove sono nato cresciuto vissuto.

Sono giunto alla considerazione che se il Karma ha voluto che nascessi in Occidente, con le sue istituzioni, le sue forme tradizionali, la sua cultura e il suo rapporto con il Divino, evidentemente un motivo doveva esserci, altrimenti mi avrebbe fatto nascere in altri posti, fra i quali avrebbe potuto scegliere l’India, che con la sua cultura per certi aspetti mi ha sollecitato ad una profonda revisione della mia cultura e ad accogliere un orizzonte molto vasto, che altrimenti non mi si sarebbe aperto.

Ha scelto invece un luogo dell’Occidente dove si parla la lingua italiana e dove si è professata per secoli una religione, e dove si è compiuto un percorso culturale, soprattutto artistico e letterario, di primissimo ordine. Ci sarà pur stato un motivo. 

Nel trascorrere degli anni, ho sempre più avvertito che doveva essere accettato questo motivo e infine che doveva essere interpretato. Nelle meditazioni mi sono più volte reso conto che le persone recitano mantra in lingue a loro sconosciute e di cui non conoscono assolutamente il senso più profondo, tutto diviene ripetizione che non può rompere la corteccia della comprensione e quando dico comprensione intendo dire che l’animo non può esserne coinvolto, il che porta come conseguenza che la ripetizione diviene recita quasi teatrale. 
C’è nelle parole, nel verbo che si dilata nell’aria e nella mente, una vibrazione che entra in consonanza con la lingua primigenia; c’è nella nostra biblioteca di riferimento il sapore e l’odore della nostra prima casa, delle abitudini del nucleo che ci ha voluto vedere nascere. Indimenticabili percorsi che si scrivono nel corpo calloso del nostro cervello, che divengono una sorta di hard disk, senza il quale il computer non è in grado di funzionare. 
Se il Karma sceglie per ognuno di noi uno spazio e un tempo, ci deve essere una ragione, per la quale i conti con la vita li dobbiamo fare in quel contesto e non in un altro, anche se da questo ne siamo fortemente attratti o se lo sentiamo quasi più corrispondente alle nostre aspettative di vita; anche questo sentirsi attratti o trovare in altre culture o persino in altre religioni una corrispondenza maggiore, è una prova che il Karma ci pone dinnanzi. Tuttavia non si può fuggire o semplicemente uscire dall’ambito che ci ha plasmato persino con la sua memoria genetica. 
Torno per tutto questo percorso, che in questi anni mi ha guidato, alla mia cultura, quella che mi ha costruito per almeno due decenni, e grazie alla quale sono oggi in grado di compiere questo percorso, e grazie alla quale ho potuto accogliere altre culture e altre lingue, altre forme di pensiero, altre manifestazioni della spiritualità. Un insieme di sollecitazioni e di emozioni, che fanno che oggi io sia quello che sono, con la profonda consapevolezza di dove io sono partito, con quali strumenti ho affrontato questo percorso. 
Torno, con questa scelta di utilizzare la Luna nella Divina Commedia, per le meditazioni del Plenilunio, per riproporla questa cultura che mi ha nutrito, perché, in questi tempi di confusione, sempre più ritengo che riappropriarsi delle radici da cui si proviene sia l’unica certezza che possiamo avere e che ci consentirà di guardare alle altre culture senza timore, e senza perdersi in fascinazioni improduttive; senza la certezza di sé si diviene preda di mode, di astrusi conformismi, e infine di illusioni di aver trovato altrove ciò che si può trovare soltanto in noi, e noi siamo quello che siamo stati, vale a dire tutto quello che prima ancora che potessimo diventare coscienti, ci aveva già parlato, indirizzato, plasmato.

GUIDO NATHAN ZAZZU

mercoledì 30 agosto 2017

Seguendo le stelle...astronomia e astrologia


Gesù nacque a Betlemme, al tempo di re Erode. Alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: ”Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo”. Così si legge nel Vangelo di Matteo (2,1-12).
I Magi avevano osservato il cielo, seguito il corso degli astri, e ne avevano tratto alcune conclusioni, valutando soprattutto il percorso di una stella, tanto da risolversi di mettersi in viaggio per compiere quello che evidentemente rappresentava un rito sacro, adorare il nuovo nato, che riveste evidentemente per loro un ruolo sacro, offrendo doni, come si era soliti fare per propiziarsi la benevolenza delle divinità.
Nella tradizionale interpretazione, i Magi sono considerati astronomi caldei. Appunto, si tratta di una interpretazione, perché nel testo c’è scritto invece che a seguito delle osservazioni del cielo e avendo valutato il percorso di una stella ne dedussero che era nato il Re dei Giudei.
Ora, se è pur vero che fino alle soglie dell’età moderna astronomia e astrologia erano due termini ambivalenti, e con poca definizione fra l’uno e l’altro, è altrettanto vero che valutare il percorso degli astri per operare misurazioni, come fece Talete, o per calcolare le eclissi, come facevano Caldei e Sumeri, ancor prima dei Greci, si situa nell’ambito dell’astronomia; trarre invece da queste osservazioni deduzioni inerenti la vita di uno o più uomini, si situa nell’ambito dell’astrologia.
I Re Magi dalla loro osservazione del moto degli astri, operano una deduzione significante per quello che loro ritengono essere il destino di un popolo, di conseguenza utilizzano la loro conoscenza astronomica per un fine che è squisitamente astrologico.
La Chiesa, per voce di Francesco, è tornata a ribadire la sua condanna per l’astrologia, mescolando, ancora una volta, quella che è l’astrologia con quel malcostume che invece è la previsione, e solo questo aspetto l’accumuna alla cartomanzia e ad altre modalità di analisi del futuro, come ad esempio la lettura dei fondi del caffè. Quello che la Bibbia condanna, a partire dal Deuteronomio, è appunto l’arte divinatoria; ma l’astrologia non è arte divinatoria, o almeno non nasce e non è soltanto arte divinatoria, ma piuttosto è interpretazione del rapporto che ogni uomo ha con l’Universo che lo circonda, che l’ha accolto alla sua nascita e con il quale mantiene uno scambio continuo fino alla morte. Questo non significa che gli astri decidano per noi, ma semplicemente che dialogano con noi dal momento della nascita, che se pur la volessimo accettare come evento del tutto casuale, assume varie connotazioni, che segneranno il neonato, a seconda che nasca in un paese piuttosto che in un altro, che nasca in una famiglia solida e socialmente inserita o in una situazione di difficoltà, che sia il benvenuto atteso o che sia invece un accidente della sorte mal gestita. La sapienza popolare ha indicato tutto questo con la semplice espressione nascere sotto una buona o una cattiva stella.
Il dialogo continua, nel corso della vita, con le differenti opportunità che la vita stessa offre a ognuno di noi, con le quali ognuno deve fare i conti.
La stessa Bibbia, critica nei confronti degli astrologi, in più occasioni si riferisce al ruolo che gli astri possono avere nella vita degli uomini; trascurando il ruolo del Sole e della Luna, definito nel libro della Genesi 1,14-18, ai quali viene assegnato il compito di misurare il tempo, giorno e notte, e l’anno nella scansione delle stagioni, si ritrovano però segni evidenti di come gli astri possano dialogare con la sorte degli uomini; in Isaia si può leggere che l’ira di Dio che renderà la terra come un deserto, si manifesterà con un segno celeste…allora le stelle del cielo e le sue costellazioni non faranno più splendere la loro luce, il Sole si oscurerà nel suo sorgere e la Luna non manderà più il suo chiarore. In Ezezchiele 32,7-8 si può leggere…quando ti estinguerai, velerò il firmamento, oscurerò le stelle, coprirò con una nube il Sole e la Luna non darà la sua luce. Metterò a lutto per te tutti gli astri che brillano nei cieli, e stenderò sulla tua terra le tenebre, dice il Signore Dio[1]. Ha una sua evidenza che il parlare di Dio avviene attraverso la manifestazione di segni degli astri. Ancora possiamo leggere in Luca 21.25 che il ritorno del Messia è preannunciato dagli astri…vi saranno dei segni nel Sole, nella Luna e nelle stelle…E così pure il Matteo 24.29 il ritorno di Gesù è ugualmente indicato da segni astrali…il Sole si oscurerà, la Luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte.
Segni da interpretare, non per trarne particolari indicazioni per prevedere il futuro, semplicemente segni da interpretare. Sono questi i segni con cui l’Universo dialoga con gli umani, segni che richiedono interpretazione e fin dagli albori dell’umanità si è fatto ricorso ad un linguaggio simbolico, universale, un linguaggio che tuttora è in essere. Il filosofo Ernst Cassirer, ha definito questo dialogo come…uno dei più grandiosi tentativi che mai siano stati osati dallo spirito umano per dare una rappresentazione globale del mondo.
L’uomo non può sottrarsi dalla percezione di essere nell’Universo, di occuparne uno spazio, di condividere il suo continuo movimento e di partecipare al suo moto, che è segnato dal Tempo, che a sua volta definisce la vita dell’Uomo stesso, dalla nascita alla morte. L’uomo, fin dalle sue origini, ha colto questo pulsare della sua vita nella vita dell’Universo, e si è interrogato su come potesse consapevolmente parteciparvi, attraverso la ricerca di un dialogo. 
Questo dialogo è l’astrologia, che marginalmente, in mani poco accorte, può essere utilizzata come forma di divinazione; ma la malafede di alcuni non inficia il complesso sistema, come d’altra parte la ricerca della fisica non può essere inficiata dall’uso che si è fatto delle sue scoperte a fini bellici.

[1] 
Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.

AUDEN W.H., Funeral blues

giovedì 20 luglio 2017

A proposito di trattamenti ayurvedici...

Prendo spunto da una serie di richieste, che si sono succedute in questi ultimi tempi, da parte di alcune persone, che si sono rivolte al nostro Centro, per usufruire di alcune delle tradizionali terapie ayurvediche, come ad esempio lo Shirodhara o l’Akashitarpana.
Alla richiesta, solitamente, si risponde con una serie di altre domande, la principale delle quali è la ragione per cui si ponga questa richiesta, infatti si tratta di due trattamenti terapeutici che pur avendo una medesima modalità di svolgimento si adattano a seconda della tipologia della persona e dell’obiettivo da raggiungere. Si tratta infatti di trattamenti mirati, che vengono messi a punto per una precisa situazione, che è specificamente presente in quella persona, ovvero non sono trattamenti protocollari.
Lo Shirodhara, ovvero la colata di olio sulla fronte, è oggi praticato in molte SPA, come terapia rilassante, con una durata prefissata e una modalità di svolgimento altrettanto prefissata, a prescindere da chi si sottoponga a questo trattamento, il che è l’esatto opposto di qualsiasi trattamento ayurvedico, che è costantemente mirato ad una persona e ad un suo particolare bisogno in quel momento.
Scendendo nei particolari, Shirodhara allevia i disturbi della testa e degli organi di senso, che possono distinguersi in disturbi di Vata (dolori alla testa, perdita dei capelli, perdita dell’udito, esaurimento mentale, insonnia, ecc.), in disturbi di Pitta (sensazione di bruciore alla testa e al corpo, disturbi infiammatori, congiuntivite, faringite, sudorazione eccessiva, disturbi della vista, disturbi del sangue, herpes, ecc.), disturbi di Kapha (eccesso di muco, obesità, digestione debole, mancanza di appetito, sonno eccessivo, stanchezza inibente, ecc.).
A seconda dunque dell’obiettivo da raggiungere, muta la durata della colata di olio, che è di 30’ per i disturbi di Vata, 40’ per i disturbi di Pitta e 50’ per i disturbi di Kapha.
E muta non solo la durata, ma anche la scelta dell’olio da far colare, così, ma solo a titolo esemplificativo, si utilizza olio di sesamo per disturbi di Vata e di Kapha, olio di sesamo e ghee o di sesamo e liquirizia per i disturbi di Pitta; e infine muta anche la temperatura dell’olio. E, se proprio vogliamo scendere in particolari più strettamente terapeutici, si possono utilizzare in alcuni casi specifici altre sostanze al posto dell’olio, come il latte medicato o una miscela di acqua e di olii particolari.
Da chi dipendono tutte queste scelte? Dal terapeuta che, in ascolto della persona interessata, si pone ad individuare come intervenire.

Shirodhara avulso da tutte queste specificità può rappresentare al massimo un piacevole momento di relax, che, appunto, si può trovare bello e pronto presso le SPA.
Ecco dunque chiarito perché alla domanda di disponibilità a fornire la prestazione dello Shirodhara si risponde con altre domande, finalizzate a comprendere come poterlo fornire. Spesso le persone interpretano queste domande come eccessive o fastidiose, abituate come sono a prenotarsi il trattamento in una SPA e a ottenerlo tout court, magari di durata prestabilita di 20/25’, tale che oltre la piacevolezza della carezza dell’olio sulla fronte, non si può ottenere altro.
Concludo osservando che uno Shirodhara una tantum è un ottimo modo di guadagnare per lo esegue, ma assolutamente inutile per chi lo riceve, infatti, se si vuole utilizzarlo come strumento atto ad alleviare un disturbo, ha bisogno di un certo numero di trattamenti da eseguire in un tempo determinato, possibilmente al mattino.

lunedì 22 maggio 2017

WESAK 2017

Riportiamo di seguito una parte del discorso tenuto dal prof. Guido Nathan Zazzu, in occasione della celebrazione della cerimonia del Wesak tenutasi mercoledì 10 maggio:

Il Wesak, che noi stasera ci apprestiamo a celebrare, è quello Acquariano, da distinguere da quello Buddhista che, in questo anno, cadrà nel plenilunio dei Gemelli.

Entrambi si fondano sulla ricorrenza della morte del Buddha, ma trovano poi differenti collocazioni secondo i calendari che vengono utilizzati; la stessa cosa accade per la Pasqua cristiana, che non soltanto è festa mobile, ma trova collocazioni differenti nelle diverse confessioni del Cristianesimo.

Tuttavia c’è una profonda differenza fra l’uno e l’altro, che non dipende soltanto da differenti calendari utilizzati. Infatti il Vesak Buddhista, che fra l’altro si tende a scrivere con la V semplice e non con la W, che invece caratterizza quello Acquariano, è una festa a carattere squisitamente religioso, che coinvolge quanti praticano il Buddhismo Tibetano, e ha origine lontanissime nel tempo - qualcuno sostiene fin da poco tempo dopo la morte del Buddha - e un rituale consolidato nel corso dei secoli.



Il Wesak Acquariano ha invece una connotazione spirituale, ma non religiosa, e un’origine abbastanza recente. Esso infatti prende le mosse dagli insegnamenti che Alice Bailey riceveva dal suo maestro ispiratore Djwahl Khul, che le suggerì di proporre il Wesak come una festa universalmente riconosciuta, utile a tutti gli uomini di buona volontà di tutte le fedi. È la festa dei due capi divini, quello dell’Oriente e dell’Occidente, chiamati a collaborare ed operare in unione per le sorti dell’Umanità…in quel giorno particolare in cui le energie universali sono disponibili in modo eccezionale.

Il maestro riferì ad Alice come avvenisse la celebrazione del Vesak Buddhista, nella valle del monte Kailash, alle pendici dell’Himalaya, informandola su tutto il rituale che la caratterizzava.

Il maestro Djwahl Khul suggeriva di assumere dal rito tibetano la festa del Vesak, per proporla all’umanità come una festa universalmente riconosciuta, utile a tutti gli uomini di buona volontà di tutte le fedi.

Si tratta di un messaggio estremamente chiaro che chiede di riconoscere universalmente una festa perché essa ha una utilità, e che sia aperta a tutti perché tutti ne traggano un beneficio, che tuttavia non è individuale, ma collettivo, e soltanto dal beneficio della collettività ognuno ne avrà parte.
Ripercorrendo le date delle comunicazioni di Djwahl Khun ad Alice Bailey, a proposito della celebrazione di questa ricorrenza, rileviamo che si situano fra la prima guerra mondiale e poco dopo il termine della seconda. La datazione è importante per comprendere la ragione profonda per la quale il Maestro intendeva chiamare a raccolta gli uomini, a prescindere dalla loro Fede, affinché fossero consapevoli dei rischi che stava correndo l’umanità; questo infine significa che ognuno, a qualunque Fede appartenga, è chiamato per invocare quei valori universali, che vengono proposti nella Grande Invocazione, senza nessun’altra finalità:

DAL PUNTO DI LUCE ENTRO LA MENTE DI DIO
AFFLUISCA LA LUCE NELLE MENTI DEGLI UOMINI
SCENDA LUCE SU TUTTA LA TERRA
DAL PUNTO DI AMORE ENTRO IL CUORE DI DIO
AFFLUISCA AMORE NEI CUORI DEGLI UOMINI
POSSA IL SOMMO MAESTRO, IL CRISTO DEGLI UOMINI,
TORNARE SULLA TERRA
DAL CENTRO DOVE IL VOLERE DI DIO È CONOSCIUTO
IL PROPOSITO GUIDI I PICCOLI VOLERI DEGLI UOMINI
IL PROPOSITO CHE I MAESTRI CONOSCONO E SERVONO
DAL CENTRO CHE VIENE DETTO GENERE UMANO
SI SVOLGA IL PIANO DI AMORE E DI LUCE
E POSSA SBARRARE LA PORTA DIETRO LA QUALE IL MALE RISIEDE
CHE LUCE AMORE FORZA
RISTABILISCANO IL PIANO DIVINO SULLA TERRA.

Il Maestro infatti non lascia neppure intuire che potrebbe trattarsi di una sorta di accesso ad una dimensione spirituale a scapito di una appartenenza ad una Fede. Molte persone, che mal intendono il messaggio, pensano di poter trovare, partecipando a questa celebrazione, una nuova Fede, e di poter abbandonare così la loro di appartenenza, perché forse divenuta labile, flebile, insoddisfacente, esausta. Non è così: il Wesak non rappresenta una nuova Fede, anzi, questo sarebbe persino contrario allo spirito del Wesak Acquariano, che non è una forma di religione e nemmeno un aspetto di una religione, potremmo se mai dire che è una comunione di tante Fedi differenti, che trovano un loro comune denominatore nel proporre, difendere e invocare quei valori espressi nella Grande Invocazione, e, per questo, non si prefigge il progetto di creare una sorta di religione universale.

Evidentemente il globalismo imperante e il relativismo, che connota tanta parte della nostra società e così tante volte denunciato dall’inascoltato o frainteso Benedetto XVI, inducono molti a ritenere che la pratica del Wesak possa rappresentare una nuova forma di religiosità, magari una sorta di bazar comprensivo di tante altre Fedi, un jolly in più per aprirsi le porte del Paradiso o per esorcizzare la pesantezza del Karma.

Non è così.


Anzi, a me parrebbe che si può partecipare ad un rito Universale, soltanto se si ha ben chiaro chi si sia, da dove si venga e dove si voglia andare, e comprendere la ragione profonda per cui si è scelto di partecipare: il fatto stesso di nascere in un luogo, con caratteristiche sue proprie di cultura e di religiosità, che si esprimono anche in una lingua cosiddetta materna, connota ognuno di noi; ognuno potrà, nel corso della sua vita, compiere le scelte che ritiene opportune per la sua evoluzione, ma non potrà cancellare l’impronta della storia da cui proviene, anzi, nell’operare le sue scelte, pur legittime, dovrà sempre tenere presente da dove viene e domandarsi le ragioni profonde per cui ha dovuto imparare a distaccarsene e a scegliere un altro percorso. Potrebbe sembrare ovvio che le scelte di nuovi percorsi religiosi o financo spirituali si fondino su un’attenta valutazione di ciò da cui ci si discosta, ma non è così, infatti troppe volte la ricerca di nuovi percorsi è dettata dal desiderio di nuovo o dal bisogno di qualcosa che si pensa di non poter più trovare in ciò che si ha, vuoi perché è venuta meno un'attenta conoscenza, vuoi perché si avverte come di appartenere a qualcosa di decrepito, sormontato da nuove ideologie, vuoi perché si è attratti dalla fascinazione dell’esotico, di per sé, a prescindere da una seria conoscenza di ciò che attrae.

Aderire al Wesak significa semplicemente aver compreso che ogni appartenente all’Umanità può portare la sua invocazione, con il suo bagaglio personale di storia e di Fede o di assenza di Fede o di smarrimento spirituale, con l’obiettivo di contribuire a rendere un servizio all’Umanità. Non si aderisce al Wesak immaginando di poter prendere qualcosa che non si trova da altre parti e che spesso, mi parrebbe, non si trova perché in modo pregiudiziale non ci si identifica più con il mondo di appartenenza, con la storia da cui si proviene, con il linguaggio appreso nella prima infanzia.

Quando ci poniamo nel silenzio della meditazione di questa particolare celebrazione, noi ci poniamo in sintonia con gli altri, con tutti quelli che sono intorno a noi e con tutti quelli che nello stesso giorno, in differenti parti del mondo, come noi, si pongono a partecipare di questo rito; e ci poniamo in comunione anche con quanti invece non ne hanno la facoltà, la conoscenza, la possibilità; nel silenzio che precede il bere l’acqua sacralizzata dalla vibrazione dell’energia di quanti partecipano, non ci poniamo per prendere qualcosa, per dissetare una nostra sete, per soddisfare un nostro bisogno di Sacro, per compensare un nostro vuoto interiore. Altri luoghi e altre cerimonie sono previste nel mondo per soddisfare tutto questo.

L’acqua sacralizzata dalla nostra vibrazione attraverso il simbolo della presenza del Cristo e del Buddha è il simbolo di una Forza universale, che ognuno può contribuire a realizzare con la sua dedizione, con la sua partecipazione; berne tutti insieme è un simbolo di comunione, di uguaglianza, che si fonda sul comune sentire e non sul comune appartenere: ognuno è, con la sua storia, la sua identità, la sua anima, i suoi amori e le sue pene, con la sua ricchezza e le sue mancanze e ognuno porta quel che ha, quel che può, in questo incontro. È possibile che il suo Spirito ne goda e ne tragga utilità, ma non è questo l’obiettivo primario del Wesak.