giovedì 20 luglio 2017

A proposito di trattamenti ayurvedici...

Prendo spunto da una serie di richieste, che si sono succedute in questi ultimi tempi, da parte di alcune persone, che si sono rivolte al nostro Centro, per usufruire di alcune delle tradizionali terapie ayurvediche, come ad esempio lo Shirodhara o l’Akashitarpana.
Alla richiesta, solitamente, si risponde con una serie di altre domande, la principale delle quali è la ragione per cui si ponga questa richiesta, infatti si tratta di due trattamenti terapeutici che pur avendo una medesima modalità di svolgimento si adattano a seconda della tipologia della persona e dell’obiettivo da raggiungere. Si tratta infatti di trattamenti mirati, che vengono messi a punto per una precisa situazione, che è specificamente presente in quella persona, ovvero non sono trattamenti protocollari.
Lo Shirodhara, ovvero la colata di olio sulla fronte, è oggi praticato in molte SPA, come terapia rilassante, con una durata prefissata e una modalità di svolgimento altrettanto prefissata, a prescindere da chi si sottoponga a questo trattamento, il che è l’esatto opposto di qualsiasi trattamento ayurvedico, che è costantemente mirato ad una persona e ad un suo particolare bisogno in quel momento.
Scendendo nei particolari, Shirodhara allevia i disturbi della testa e degli organi di senso, che possono distinguersi in disturbi di Vata (dolori alla testa, perdita dei capelli, perdita dell’udito, esaurimento mentale, insonnia, ecc.), in disturbi di Pitta (sensazione di bruciore alla testa e al corpo, disturbi infiammatori, congiuntivite, faringite, sudorazione eccessiva, disturbi della vista, disturbi del sangue, herpes, ecc.), disturbi di Kapha (eccesso di muco, obesità, digestione debole, mancanza di appetito, sonno eccessivo, stanchezza inibente, ecc.).
A seconda dunque dell’obiettivo da raggiungere, muta la durata della colata di olio, che è di 30’ per i disturbi di Vata, 40’ per i disturbi di Pitta e 50’ per i disturbi di Kapha.
E muta non solo la durata, ma anche la scelta dell’olio da far colare, così, ma solo a titolo esemplificativo, si utilizza olio di sesamo per disturbi di Vata e di Kapha, olio di sesamo e ghee o di sesamo e liquirizia per i disturbi di Pitta; e infine muta anche la temperatura dell’olio. E, se proprio vogliamo scendere in particolari più strettamente terapeutici, si possono utilizzare in alcuni casi specifici altre sostanze al posto dell’olio, come il latte medicato o una miscela di acqua e di olii particolari.
Da chi dipendono tutte queste scelte? Dal terapeuta che, in ascolto della persona interessata, si pone ad individuare come intervenire.

Shirodhara avulso da tutte queste specificità può rappresentare al massimo un piacevole momento di relax, che, appunto, si può trovare bello e pronto presso le SPA.
Ecco dunque chiarito perché alla domanda di disponibilità a fornire la prestazione dello Shirodhara si risponde con altre domande, finalizzate a comprendere come poterlo fornire. Spesso le persone interpretano queste domande come eccessive o fastidiose, abituate come sono a prenotarsi il trattamento in una SPA e a ottenerlo tout court, magari di durata prestabilita di 20/25’, tale che oltre la piacevolezza della carezza dell’olio sulla fronte, non si può ottenere altro.
Concludo osservando che uno Shirodhara una tantum è un ottimo modo di guadagnare per lo esegue, ma assolutamente inutile per chi lo riceve, infatti, se si vuole utilizzarlo come strumento atto ad alleviare un disturbo, ha bisogno di un certo numero di trattamenti da eseguire in un tempo determinato, possibilmente al mattino.

lunedì 22 maggio 2017

WESAK 2017

Riportiamo di seguito una parte del discorso tenuto dal prof. Guido Nathan Zazzu, in occasione della celebrazione della cerimonia del Wesak tenutasi mercoledì 10 maggio:

Il Wesak, che noi stasera ci apprestiamo a celebrare, è quello Acquariano, da distinguere da quello Buddhista che, in questo anno, cadrà nel plenilunio dei Gemelli.

Entrambi si fondano sulla ricorrenza della morte del Buddha, ma trovano poi differenti collocazioni secondo i calendari che vengono utilizzati; la stessa cosa accade per la Pasqua cristiana, che non soltanto è festa mobile, ma trova collocazioni differenti nelle diverse confessioni del Cristianesimo.

Tuttavia c’è una profonda differenza fra l’uno e l’altro, che non dipende soltanto da differenti calendari utilizzati. Infatti il Vesak Buddhista, che fra l’altro si tende a scrivere con la V semplice e non con la W, che invece caratterizza quello Acquariano, è una festa a carattere squisitamente religioso, che coinvolge quanti praticano il Buddhismo Tibetano, e ha origine lontanissime nel tempo - qualcuno sostiene fin da poco tempo dopo la morte del Buddha - e un rituale consolidato nel corso dei secoli.



Il Wesak Acquariano ha invece una connotazione spirituale, ma non religiosa, e un’origine abbastanza recente. Esso infatti prende le mosse dagli insegnamenti che Alice Bailey riceveva dal suo maestro ispiratore Djwahl Khul, che le suggerì di proporre il Wesak come una festa universalmente riconosciuta, utile a tutti gli uomini di buona volontà di tutte le fedi. È la festa dei due capi divini, quello dell’Oriente e dell’Occidente, chiamati a collaborare ed operare in unione per le sorti dell’Umanità…in quel giorno particolare in cui le energie universali sono disponibili in modo eccezionale.

Il maestro riferì ad Alice come avvenisse la celebrazione del Vesak Buddhista, nella valle del monte Kailash, alle pendici dell’Himalaya, informandola su tutto il rituale che la caratterizzava.

Il maestro Djwahl Khul suggeriva di assumere dal rito tibetano la festa del Vesak, per proporla all’umanità come una festa universalmente riconosciuta, utile a tutti gli uomini di buona volontà di tutte le fedi.

Si tratta di un messaggio estremamente chiaro che chiede di riconoscere universalmente una festa perché essa ha una utilità, e che sia aperta a tutti perché tutti ne traggano un beneficio, che tuttavia non è individuale, ma collettivo, e soltanto dal beneficio della collettività ognuno ne avrà parte.
Ripercorrendo le date delle comunicazioni di Djwahl Khun ad Alice Bailey, a proposito della celebrazione di questa ricorrenza, rileviamo che si situano fra la prima guerra mondiale e poco dopo il termine della seconda. La datazione è importante per comprendere la ragione profonda per la quale il Maestro intendeva chiamare a raccolta gli uomini, a prescindere dalla loro Fede, affinché fossero consapevoli dei rischi che stava correndo l’umanità; questo infine significa che ognuno, a qualunque Fede appartenga, è chiamato per invocare quei valori universali, che vengono proposti nella Grande Invocazione, senza nessun’altra finalità:

DAL PUNTO DI LUCE ENTRO LA MENTE DI DIO
AFFLUISCA LA LUCE NELLE MENTI DEGLI UOMINI
SCENDA LUCE SU TUTTA LA TERRA
DAL PUNTO DI AMORE ENTRO IL CUORE DI DIO
AFFLUISCA AMORE NEI CUORI DEGLI UOMINI
POSSA IL SOMMO MAESTRO, IL CRISTO DEGLI UOMINI,
TORNARE SULLA TERRA
DAL CENTRO DOVE IL VOLERE DI DIO È CONOSCIUTO
IL PROPOSITO GUIDI I PICCOLI VOLERI DEGLI UOMINI
IL PROPOSITO CHE I MAESTRI CONOSCONO E SERVONO
DAL CENTRO CHE VIENE DETTO GENERE UMANO
SI SVOLGA IL PIANO DI AMORE E DI LUCE
E POSSA SBARRARE LA PORTA DIETRO LA QUALE IL MALE RISIEDE
CHE LUCE AMORE FORZA
RISTABILISCANO IL PIANO DIVINO SULLA TERRA.

Il Maestro infatti non lascia neppure intuire che potrebbe trattarsi di una sorta di accesso ad una dimensione spirituale a scapito di una appartenenza ad una Fede. Molte persone, che mal intendono il messaggio, pensano di poter trovare, partecipando a questa celebrazione, una nuova Fede, e di poter abbandonare così la loro di appartenenza, perché forse divenuta labile, flebile, insoddisfacente, esausta. Non è così: il Wesak non rappresenta una nuova Fede, anzi, questo sarebbe persino contrario allo spirito del Wesak Acquariano, che non è una forma di religione e nemmeno un aspetto di una religione, potremmo se mai dire che è una comunione di tante Fedi differenti, che trovano un loro comune denominatore nel proporre, difendere e invocare quei valori espressi nella Grande Invocazione, e, per questo, non si prefigge il progetto di creare una sorta di religione universale.

Evidentemente il globalismo imperante e il relativismo, che connota tanta parte della nostra società e così tante volte denunciato dall’inascoltato o frainteso Benedetto XVI, inducono molti a ritenere che la pratica del Wesak possa rappresentare una nuova forma di religiosità, magari una sorta di bazar comprensivo di tante altre Fedi, un jolly in più per aprirsi le porte del Paradiso o per esorcizzare la pesantezza del Karma.

Non è così.


Anzi, a me parrebbe che si può partecipare ad un rito Universale, soltanto se si ha ben chiaro chi si sia, da dove si venga e dove si voglia andare, e comprendere la ragione profonda per cui si è scelto di partecipare: il fatto stesso di nascere in un luogo, con caratteristiche sue proprie di cultura e di religiosità, che si esprimono anche in una lingua cosiddetta materna, connota ognuno di noi; ognuno potrà, nel corso della sua vita, compiere le scelte che ritiene opportune per la sua evoluzione, ma non potrà cancellare l’impronta della storia da cui proviene, anzi, nell’operare le sue scelte, pur legittime, dovrà sempre tenere presente da dove viene e domandarsi le ragioni profonde per cui ha dovuto imparare a distaccarsene e a scegliere un altro percorso. Potrebbe sembrare ovvio che le scelte di nuovi percorsi religiosi o financo spirituali si fondino su un’attenta valutazione di ciò da cui ci si discosta, ma non è così, infatti troppe volte la ricerca di nuovi percorsi è dettata dal desiderio di nuovo o dal bisogno di qualcosa che si pensa di non poter più trovare in ciò che si ha, vuoi perché è venuta meno un'attenta conoscenza, vuoi perché si avverte come di appartenere a qualcosa di decrepito, sormontato da nuove ideologie, vuoi perché si è attratti dalla fascinazione dell’esotico, di per sé, a prescindere da una seria conoscenza di ciò che attrae.

Aderire al Wesak significa semplicemente aver compreso che ogni appartenente all’Umanità può portare la sua invocazione, con il suo bagaglio personale di storia e di Fede o di assenza di Fede o di smarrimento spirituale, con l’obiettivo di contribuire a rendere un servizio all’Umanità. Non si aderisce al Wesak immaginando di poter prendere qualcosa che non si trova da altre parti e che spesso, mi parrebbe, non si trova perché in modo pregiudiziale non ci si identifica più con il mondo di appartenenza, con la storia da cui si proviene, con il linguaggio appreso nella prima infanzia.

Quando ci poniamo nel silenzio della meditazione di questa particolare celebrazione, noi ci poniamo in sintonia con gli altri, con tutti quelli che sono intorno a noi e con tutti quelli che nello stesso giorno, in differenti parti del mondo, come noi, si pongono a partecipare di questo rito; e ci poniamo in comunione anche con quanti invece non ne hanno la facoltà, la conoscenza, la possibilità; nel silenzio che precede il bere l’acqua sacralizzata dalla vibrazione dell’energia di quanti partecipano, non ci poniamo per prendere qualcosa, per dissetare una nostra sete, per soddisfare un nostro bisogno di Sacro, per compensare un nostro vuoto interiore. Altri luoghi e altre cerimonie sono previste nel mondo per soddisfare tutto questo.

L’acqua sacralizzata dalla nostra vibrazione attraverso il simbolo della presenza del Cristo e del Buddha è il simbolo di una Forza universale, che ognuno può contribuire a realizzare con la sua dedizione, con la sua partecipazione; berne tutti insieme è un simbolo di comunione, di uguaglianza, che si fonda sul comune sentire e non sul comune appartenere: ognuno è, con la sua storia, la sua identità, la sua anima, i suoi amori e le sue pene, con la sua ricchezza e le sue mancanze e ognuno porta quel che ha, quel che può, in questo incontro. È possibile che il suo Spirito ne goda e ne tragga utilità, ma non è questo l’obiettivo primario del Wesak.

sabato 22 aprile 2017

Pleniluni


"Non si trovava più la pratica della Metalmeccanica Cislaghi.

«L’altro ieri era là» gridò l’ingegner Sebasti. «Signorina Miani, cerchi un poco nella cartella delle offerte. Non sarà mica volatilizzata, no?»

«Ingegnere, è mezz’ora che la cerco: Le ripeto, qui non c’è»

«Dia qui, dia qui, lasci vedere a me… Accidenti, ma dove ha gli occhi, signorina?… Non ha visto che è qui, sopra tutte?… Ma no, accidenti, non è mica questa… Eppure… L’altro ieri era qui…» Alzò ancora la voce. «Perdio, qualcuno deve averci messo le mani in queste carte!»

Alzò gli occhi. La Miani era pallida, il suo petto, sotto il grembiule nero andava su e giù per l’ansito. Quindici anni che lavorava in ditta, ed era ancora intimidita, bastava che il Sebasti si agitasse, e lei tremava come una bambina.
«E non tremi così, capito? Ha paura che io la mangi?»
«Ma io… » balbettò la signorina «no str… tra… ff…»
«Che cosa sta dicendo? Venga qui, non si capisce neanche quel che dice…»
Pensò: adesso la prendo per un polso, la tiro contro a me e le do un bacio. Finalmente. Quindici anni che ci penso. Se non oso stasera che gli altri se ne sono andati. Sbirciò l’orologio elettrico sul muro: le otto e dodici.
In quell’attimo lo prese un batticuore. E una sensazione strana nella testa, come se gli pompassero il cervello. Barcollò. Proprio adesso!, pensò, Sarebbe bello che mi venisse un male.
«Signorina, per piacere, un bicchiere d’acqua.»
Spaventata la Miani corse a prenderlo. Dominandosi, egli si mantenne in piedi. Sono gli anni, pensò, non sono più quello di una volta.
La ragazza rientrò. Il bicchiere d’acqua in mano, stava dinanzi a lui, fissandolo, le labbra un po’ socchiuse.
(Però anche lei – pensò Sebasti – che pelle stanca sotto gli occhi.)
Per respirare aprì la finestra che dava sul cortile della vecchia casa ottocentesca. Entrò un fiato d’aria gelida. Fuori era la notte, e la notte era inondata dalla luna. All’insaputa di lui, della impiegata, del portinaio, del sindaco, del capo della polizia, del vescovo, della popolazione intera: una luna pura e splendida illuminava la città. Era come un immenso sguardo immobile. E a quella luce misteriosa anche i muri dello squallido cortile diventavano poesia.
Poesia anche le secchie, le scope, le scalette accatastate sui balconi, e i panni ad asciugare, penduli. Poesia anche l’ombra fitta nell’angolo dove i muratori avevano lasciato il carretto a mano. Palazzo di Bagdad, reggia felice, ricchezza, sogni. E dietro quelle finestre chiuse gli sconosciuti amori! Nulla era cambiato dai tempi lontanissimi che lui era bambino, la stessa luce, lo stesso incanto, e dentro lo stesso struggimento indefinibile. In quel mentre nell’ufficio il telefono cominciò a chiamare. Stanchissimo, egli si passo una mano sulla fronte".

(da "In quel preciso momento", 1955)

DINO BUZZATI

mercoledì 5 aprile 2017

Plenilunio di Pasqua


Il primo Plenilunio dopo l’equinozio di primavera determina la Pasqua.

La Pasqua degli ebrei (Pesach) cade infatti il 14° giorno del mese di Nisan; siccome i mesi nel calendario ebraico iniziano con la Luna Nuova, il quattordicesimo giorno coincide con il Plenilunio. Pesach, festa rituale che ricorda la liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa rappresenta il momento chiave della riscossa degli ebrei, sotto la protezione del Signore, come si può leggere nel Libro dell’Esodo. Dio, tramite Mosè, indica agli ebrei come essi potranno abbandonare lo stato di schiavitù in Egitto e iniziare il loro percorso di liberazione, malgrado la ferma opposizione del faraone. Dio manda a dire agli ebrei di segnare lo stipite delle loro case con il sangue dell’agnello sacrificato "Io vedrò il sangue e passerò oltre, colpirò invece con il mio castigo l'intero Egitto e a voi non succederà niente". L’espressione biblica passare oltre nella lingua ebraica, in cui l’Esodo è scritto originariamente, è appunto resa con il termine Pesach. 

La Pasqua cristiana che celebra invece la resurrezione di Gesù, fu fissata dal Concilio di Nicea nel 325 d.C. nella prima domenica dopo il primo Plenilunio successivo all’equinozio di primavera. La celebrazione della Pasqua presso i Cristiani segue un rituale molto preciso, che prevede un periodo di preghiera e di digiuno, la Quaresima, che dura appunto 40 giorni, e termina con il Giovedì Santo che ricorda la celebrazione del Pesach da parte di Gesù, secondo il rituale ebraico, chiamata nella liturgia cristiana Ultima Cena, al termine della quale Gesù fu arrestato processato e messo a morte tramite crocifissione, di cui resta memoria nella liturgia del Venerdì Santo (Via Crucis), per resuscitare appunto la domenica seguente.

Entrambe sono comunque festività che rappresentano un passaggio, un cambiamento di stato. Il Plenilunio ancora una volta rappresenta una condizione di profonda meditazione sulla condizione umana e sulla possibilità che ad ogni individuo si apre di poter cambiare, uscire dalla condizione di schiavitù in cui si trova per scegliere una dimensione differente, di libertà e di autonomia. Può sembrare enfatico parlare di schiavitù, eppure la schiavitù non si identifica soltanto con la perdita della libertà e il dover servire in catene un padrone; schiavitù è anche la condizione umana che corre dietro a molteplici impegni, molti dei quali assolutamente privi di qualsiasi contenuto; schiavitù è farsi condizionare dalle mode che impongono divise, giochi, modelli di identificazioni e di appartenenze; schiavitù è diventare preda di obblighi senza i quali non si può continuare a vivere, e che oggi preferiamo chiamare dipendenze, ma il mutare nome non muta la sostanza.

Il Plenilunio nella storia dell’Umanità indica che anche dalle condizioni che maggiormente ci incatenano si può uscire, ci si può liberare per guardare verso una nuova prospettiva di vita fondata sulla libertà.

martedì 28 marzo 2017

Che fai tu, luna, in ciel?


Nel 1828, Leopardi annotava nel suo diario, lo Zibaldone, una recensione di un volume di un autore russo, il barone Meyendorff, Voyage d’Orembourg à Boukhara, fait en 1820, pubblicato in lingua francese nel 1926, il quale resoconta fra l’altro di un suo viaggio presso i Kirghisi[1], ed era rimasto molto colpito da un’abitudine di vita degli uomini di questo popolo, scrivendo fra l’altro, come testualmente riposta Leopardi, Plusieurs d’entre eux…passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à improviser des paroles assez triste sur des aires qui ne le sont pas moins…(Molti di loro passano la notte seduti su una roccia improvvisando versi molto tristi accompagnandosi con musiche che sono altrettanto tristi).

Non che questa lettura abbia indotto Leopardi a scrivere l’ultimo degli Idilli, il Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia, ma probabilmente fu uno stimolo in più che lo spinse a definire in forma poetica le sue riflessioni sul senso della vita.

Per quel che ci riguarda, in questo ciclo di meditazioni del Plenilunio, che ho voluto dedicare al rapporto fra l’uomo e la Luna, è l’aver saputo cogliere da parte del grande poeta, questa istanza dell’Uomo nel corso della storia; Leopardi ponendosi davanti alla Luna con un senso di infinita contemplazione, che è anche contemplazione dell’Infinito, percepisce il suo limite, il limite dell’Uomo: l’immagine della Luna lo pone nella condizione di cogliere la contrapposizione fra Infinito e finito, e di dar voce all’Uomo, che, pur percependosi parte dell’Infinito, percepisce anche il suo essere limitato, finito, nello Spazio e nel Tempo.

L’esordio dell’Idillio contiene la domanda che l’uomo nel Tempo si è posto: che fai tu, luna, in ciel? 

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?

Che cosa rappresenta, quale il senso di questo volgere costante della Luna, la sua mutevolezza e la sua perenne ripetitività; che cosa vuol comunicare nel suo splendente silenzio, nel suo riproporsi allo sguardo interrogante di chi muta insieme a lei e non si ripete come lei? Nel suo costante ritornare la Luna segna il Tempo che fugge, il tempo che inesorabilmente a chi è nato rappresenta il volgere verso la morte.

Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.

Potere di una virgola: Leopardi non scrive vai contemplando, ma pone una virgola di alto significato vai, contemplando i deserti, e ti posi; ovvero vai e ti posi, un andare continuo, e in questo andare avviene la contemplazione; due azioni distinte, l’andare, aspetto di una fisicità ineludibile, e il contemplare, aspetto dell’emotività che si esprime in una distaccata contemplazione, che non diventa né partecipazione alla sorte degli umani, né fornisce alcuna spiegazione al senso della vita; la Luna resta contemplativa e indifferente, non così gli uomini che contemplandola sentono al contrario ribollire in sé domande alle quali apparentemente non ci sono risposte.

L’andare dal sorgere al posarsi, contemplando i deserti, diviene metafora del deserto in cui l’umanità si muove, metafora di tutti i deserti, fisici e morali, che la Luna contempla, con un gioco di rimandi fra l’uomo che la vede e la Luna che contempla, fra l’uomo partecipe e la Luna indifferente. Sembra qui Leopardi attribuire alla Luna una sorta di umana dolenzia o una malinconia peraltro priva di partecipazione, una contemplazione che non assurge a compassione, che in qualche modo riecheggia in un altro grandissimo poema, I Canti di Ossian[2], che Leopardi possedeva in biblioteca, e dove si legge, nel VI Canto, Dartula

Ma dimmi, o bella Luce, ove t’ascondi, lasciando il corso tuo, quando svanisce la tua candida faccia?

Eterne interrogazioni dell’uomo difronte a questo astro, aldilà del Tempo e dello Spazio.

E dunque ne consegue la constatazione chiave di tutto il Poema leopardiano, ma chiave dell’esistenza umana, la domanda che costantemente ci accompagna:

Somiglia alla tua vita
La vita del pastore

Laddove Pastore è ancora un’altra metafora, pastore delle greggi, è espressione biblica ed evangelica, i Pastori sono quanti conducono le loro greggi verso un fine della vita, che indicano la via, la meta, il senso infine al quale l’Uomo tende, come subito dopo il poeta esplica

Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,

Ecco la domanda chiave dell’esistenza umana, che ci stiamo a fare, che valore ha la vita, quale il senso. E Leopardi con un balzo pindarico, ricentra dal generico al singolo, al suo esistere personale che è tuttavia emblematica raffigurazione dell’individuo in cammino e in costane ricerca

...ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Netta la contrapposizione fra l’Eterno, e breve vagar.

In dieci parole Leopardi sintetizza l’inquietudine dell’Uomo, percezione della sua finitezza, la costante ricerca di senso della vita. E se ciò non bastasse dopo aver descritto la penosa vita dell’uomo, che non ha apparentemente altra finalità che la morte, esplicita l’altra dolorosa affermazione

Vergine luna, tale
È la vita mortale.

La contrapposizione storica dell’uomo mortale con l’Eternità, l’immortalità, o almeno ciò che a noi appare che sia, della finitezza con l’Infinito, del particolare con l’Assoluto, del mutevole che si deteriora che nasce vive e muore, con l’immutabile che pur mutando resta sempre uguale, o almeno appare a chi nella brevità della vita non può cogliere le mutevolezze che pure appartengono all’Infinito.

La Luna e il suo fascino, la sua malinconia, il senso della vita che trascorre, quante osservazioni ed emozioni sollecita la Luna; ma da tutte queste ne traggo una: l’universalità del sentire, dai pastori Kirghisi, al canto scozzese, al poeta italiano.

L’universalità del sentire e del sentire comune la finitezza dell’Uomo difronte all’Universo, all’Assoluto.

Da questo ha tratto ispirazione Alice Bailey, per sollecitare gli uomini a fermarsi un momento, nel giorno in cui la Luna è massimamente  presente, per armonizzarsi tutti insieme nel corso della giornata sui grandi valori dell’Umanità, con una preghiera che travalica ogni religione, che è al di là delle distinzioni filosofiche e intellettuali, che è soltanto voce dell’uomo, difronte al mistero della vita, voce dell’Uomo che prima di ogni altra cosa accetta la sua finitezza ma anche la sua forza, ciò che non può, ma anche ciò che può fare.




[1]I Kirghisi (Kyrgyz, Kirghiz; in italiano anche Chirghisi) sono un gruppo etnico di origine turca che vive principalmente in Kirghizistan (dove sono l’etnia principale, con 3.350.000 persone di origine chirghisa). Piccoli gruppi di Chirghisi si trovano anche in Cina, Uzbekistan, Tagikistan, Russia, Kazakistan e Ucraina.

[2]I Canti di Ossian sono un’opera, in forma di raccolta di poemi, dello scrittore scozzese James Macpherson (Ruthven, 27 ottobre 1736 – Belville, 17 febbraio 1796). L’opera fu pubblicata per la prima volta nel 1760 e conteneva antichi canti gaelici, tradotti dal Macpherson, che li attribuiva ad un leggendario cantore bardo chiamato Ossian, subito ridefinito come “l’Omero del Nord”. Si tratta in realtà di un’abile rielaborazione di antichi canti popolari, inseriti in una struttura poetica inedita ed originale, che preannuncia la grande svolta letteraria del Romanticismo. L’autore rimaneggiò l’opera con continue aggiunte fino all’edizione del 1773. L’opera fu tradotta in italiano dallo scrittore Melchiorre Cesarotti (Padova, 15 maggio 1730 – Padova, 4 novembre 1808) nel 1763 e ne diede infine una traduzione definitiva nel 1772.

venerdì 10 marzo 2017

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia














Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
È la vita mortale.

Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
È lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perché giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.

GIACOMO LEOPARDI

martedì 28 febbraio 2017

Sulla Luna

Alfons Maria Mucha - La Luna, 1902
Stampa su tela (80 x 60 cm)
Sulla Luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.
Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.
Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.
Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella Luna
lui da un pezzo ci sa stare…
A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile 

anche quando è disperato.
Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla Luna e sulla Terra
fate largo ai sognatori!

Gianni Rodari