mercoledì 14 ottobre 2026

Antropologia e storia del digiuno

Trascrizione della relazione portata all'ultima lezione del Corso di Alimentazione consapevole, 20 settembre 2026, presso la sede dell'Università Popolare Albedo, San Vito di Narni (TR).



1.

Vorrei muovermi da una primaria osservazione: la pratica del digiuno, che sembrava essere pressoché scomparsa nella frenetica società consumistica nella quale siamo immersi, risorge da qualche tempo proprio all’interno di questa stessa società. Anche il digiuno, con tutti le variabili possibili e immaginabili, che si possono inseguire nella quantità di libri pubblicati negli ultimi anni su questo argomento e su una quantità considerevole di social che affrontano l’argomento, nonché di un folto gruppo di guru di varia estrazione che propagandano, attraverso i social, la loro tecnica di digiuno[1], rischia di diventare qualcosa da sperimentare e da consumare[2]. Così, come è accaduto a tante altre mode transeunte nel corso di questi ultimi cinque o sei decenni, in cui l’opulenza ha permesso di consumare qualsiasi cosa nell’illusione di stare meglio, anche il digiuno è oggi proposto soprattutto per il benessere corporale. Sembrerebbe quasi che la diffusione di questa pratica, con i suoi relativi benefici, sia rivolta ad un miglioramento della salute del fisico per poter, così risanati, consentire di riprendere, in breve tempo, a consumare ancora. Questo aspetto del digiuno riparatore dei dissesti inflitti al corpo, in realtà era già stato ben presente almeno dalla fine del XIX-inizio del XX secolo; in allora e fino a non molti anni fa, era questa una pratica a cui ricorreva la classe sociale benestante, che, esausta dai troppi bagordi, aveva bisogno di rimettersi in sesto, prima di poter riprendere la consueta vita di eccessi alimentari. In via esplicativa, potremmo ricordare il caso dei fratelli Kellogg, che lavoravano in una casa di cura per riabilitare persone afflitte da molti mali, fra i quali ebbero come ospite anche il Presidente degli Usa, Warren G. Harding; a questi ospiti veniva sottoposta la loro dieta, a base principalmente di fiocchi d’avena[3]. La Germania e la Svizzera sono state in Europa le nazioni che maggiormente utilizzarono la terapia del digiuno. Il dott. Buchinger[4] aprì una clinica nel 1920, tuttora funzionante, dove sottoponeva al digiuno, totale o parziale prolungato, pazienti afflitti prevalentemente da malattie reumatiche. In Germania il sanatorio Jungborn era una colonia naturista[5], dove l’élite tedesca andava a depurarsi[6]. In Svizzera il sanatorio Kraft[7] accoglieva la crema dell’aristocrazia e dell’alta borghesia europea, dove il digiuno era funzionale a ripulire fegato e intestino e dove i pazienti erano sottoposti a diete restrittive a base di una miscela inventata dal Dott. Bircher-Benner, il muesli[8]. Senza andare troppo lontano, nei pressi di Genova è stata attiva, per oltre un secolo[9], la famosissima Colonia Arnaldi[10], dove si praticava il digiuno e dove ai pazienti veniva somministrata la famosa Pozione Arnaldi; fu questa colonia un luogo frequentato dalla ricca borghesia e negli ultimi decenni vide soggiornarvi tanti personaggi dello spettacolo come Aldo Fabrizi, Marcello Mastroianni, Virna Lisi, Franco Zeffirelli, Bud Spencer, Umberto Eco, attori stranieri, ed esponenti della vecchia nobiltà e reali di tutta Europa, come abituali frequentatori erano i reali di Grecia in esilio; e basti questo perché l’elenco sarebbe troppo lungo.


Il denominatore comune di queste esperienze era favorire il disintossicarsi, il ripulirsi con una tecnica antica, già ben descritta nell’Ayurveda, in cui si sostiene che dove c’è troppo bisogna sottrarre, Langhana Chikitsa[11]. Il bisogno di ripulirsi e quindi di digiunare, come buona parte delle persone scelgono oggi di fare, è legato solitamente alle conseguenze di una alimentazione impropria, nella quantità e/o nella qualità. Se gli eccessi erano stati, nel passato, una caratteristica delle classi sociali più abbienti, nel nostro attuale opulento Occidente sono diventati frequenti ormai anche nelle classi sociali più popolari[12]. La disponibilità alimentare nella più parte della popolazione e uno stile di vita non corretto inducono molti ad avere bisogno di rimettersi in sesto. Ecco, dunque, questa necessità di rimettersi in equilibrio[13], recuperare una perduta dinamicità e anche una fisicità più rispondente ai mutati canoni estetici, infatti, si ricorre anche a importanti soccorsi che possono venire non soltanto dalle mani dell’estetista, ma anche da quelle del chirurgo.
Ecco dunque questa necessità; se qualcuno non sapesse di averla, ci pensano la grande distribuzione e i social, con i suoi guru, a suggerire che ci vuole il digiuno, e lo propongono in “tutte le salse”: totale, parziale, intermittente, dalla sera al pranzo, dalla colazione alla cena, una volta a settimana, nei giorni delle fasi lunari, tre giorni al mese, in occasione di equinozi e solstizi, dopo Capodanno, dopo Pasqua, dopo le ferie, a casa tua, guidato dal guru online o in crociera o in qualche luogo ameno, dove la bellezza e l’armonia del panorama favoriscono il digiuno a base di acqua e frutta, con magiche pozioni, con prodotti costosissimi e magari dove puoi, per non sentire i morsi della fame, meditare o fare yoga all’aperto o in acqua, fredda o calda; chi vuole soggiorna in qualche stabilimento termale, dove affidare il corpo ad abili massaggiatori e, se si volesse fare una figata e si avesse la possibilità, si può partire per qualche rinomata ed esclusiva località in Svizzera o volare verso qualche esotico centro di cura in India o in Thailandia[14].

2. 

Le antichissime tradizioni, cui mi riferivo, sono parte di tutta la cultura religiosa dell’Occidente, nelle sue tre fondamentali espressioni religiose, ebraismo, cristianesimo e islamismo. In queste tradizioni il digiuno aveva assunto varie forme: totale per un giorno intero, come nel caso di Yom Kippur nell’ebraismo, che prevede anche altri digiuni totali parziali, dal risveglio alla cena, o lunghi un intero ciclo lunare; per un mese intero, come il Ramadan per i musulmani; settoriali, come l’astinenza dalla carne in alcuni periodi dell’anno, come nel giorno di venerdì e durante la Quaresima per i cristiani, o una giornata a solo pane ed acqua, come ancora è raccomandato ai fedeli della Madonna di Međugorje[15]. Queste ritmicità o settorialità sono rispuntate nella nostra attuale società sotto forma di diete, con parziali periodi di digiuno o con forme di astinenza da un particolare alimento, di solito di origine animale, ma non solo; diete con differenti tipologie di digiuno si ritrovano anche in alcune forme di partecipazione ad alcune tradizioni di spiritualità, nate all’interno dell’induismo più recente, come gli Hare Krishna o i Sannyasin, devoti di Osho, in cui però il digiuno è associato alla preghiera o alla meditazione.


3.

Digiunare significa ridurre l’alimentazione alla sua essenzialità, declinata in forme differenti, ma pur sempre volte a stare meglio nel fisico o trovare pace nella mente e/o nell’anima. Digiunare è l’opposto di saziare, aver digiunato significa non aver mangiato, il che può significare affamato, invece sazio, satollo, pieno, significa sfamato. Ci muoviamo pertanto nell’ambito dell’alimentazione[16]. In questo ambito, quindi quello dell’alimentazione, il digiunare può dipendere da un atto di volizione o da un atto di costrizione, differenza che non è di poco conto[17]. Restringiamo però il campo della nostra indagine e affrontiamo il digiunare per libera scelta, quando la libera scelta può diventare anche una forma di disturbo alimentare, una patologia che in alcuni casi potrebbe giungere all’anoressia, che non affrontiamo in questa sede. Il digiuno, nel corso della storia non è stato soltanto funzionale al benessere corporale, non è difficile reperire ragioni per cui una millenaria tradizione religiosa e/o spirituale aveva suggerito questa pratica. Possiamo risalire fino alle radici della nostra storia identitaria e religiosa; nella Bibbia se ne parla per la prima volta nell’Esodo, dove si narra che Mosè digiunò per quaranta giorni sul Sinai, prima di ricevere le Tavole della Legge...rimase quaranta giorni e quaranta notti senza mangiare pane e senza bere acqua (Es 34-28); si tratta di una primissima indicazione sul digiuno volontario, messo in pratica per raggiungere una condizione di purezza, per prepararsi all’incontro con il Divino; potremmo leggervi una totale spoliazione dal profano per poter accedere al Sacro; quaranta è numero simbolico, nella tradizione ebraica, indicava il tempo in cui si compiva un periodo di prova, durante il quale si affrontava una trasformazione; un tempo lungo di astinenza, di privazione totale o parziale di alcuni alimenti era necessario per accostarsi ad una condizione di totale perdita del legame con la materia, prima di poter sostare davanti al divino, prima di un incontro con il soprannaturale; potremmo individuare qui il digiuno come forma ascetica per raggiungere l’estasi, che sarà propria di tanti monaci e monache nel periodo medievale del cristianesimo nonché di tanti monaci della tradizione buddista. Potremmo domandarci se Mosè sia stato il primo ad affrontare questo percorso o se invece fosse già parte di una tradizione più antica: il digiuno sacrale prima di avvicinarsi alla divinità era già praticato presso gli Egizi, da cui Mosè proveniva e di cui era stato parte integrante fino al momento in cui fu chiamato da Dio per liberare gli ebrei dalla schiavitù in Egitto. In questo programma volto a far uscire dall’Egitto gli ebrei, si ha uno spettacolare intervento divino, che per piegare il cuore indurito del faraone invia le dieci piaghe; se analizziamo bene questo processo temporale di malanni inflitti, ci accorgiamo che la successione è una forma di induzione dapprima all’astinenza e poi al digiuno: nella prima ammonizione divina il Nilo e le altre riserve d’acqua si trasmutano in sangue e tutti i pesci muoiono; poi arrivano in successione le piaghe fastidiose delle rane, delle zanzare e delle mosche carnivore; alla quinta si produce la morìa del bestiame che rappresenta un’ulteriore forma di privazione alimentare; se qualcuno degli animali fosse sopravvissuto ci penserà la sesta piaga con le ceneri ardenti che provocano ulcere e pustole sia agli animali sia agli uomini; a distruggere i raccolti tocca alla settima e se qualcosa fosse rimasto ci pensa l’ottava con le cavallette divoratrici; la nona piaga si manifesta con la privazione della luce solare, che  rappresenta una terribile forma di digiuno, in quanto è una vera e propria minaccia alla vita degli uomini, che dal Sole dipende; la decima, con la morte dei primogeniti, rappresenta il digiuno della stirpe. Quindi, Mosè aveva sperimentato il digiuno imposto dalla volontà celeste, un digiuno con finalità potremmo definire pedagogica, per cui non poteva che averne dedotto il profondo significato ovvero che con il digiuno si potevano ottenere risultati, considerati umanamente impensabili, dalla divinità, quando elargiva la sua protezione divina. Mosè portava da questa esperienza l’idea che il digiuno aveva un potere contrattuale con la divinità, alla quale occorreva avvicinarsi in uno stato di purezza interiore. Vi erano però altri digiuni nella tradizione egizia. Questo primo momento di Mosè sul Sinai non può che rimandarci alla Quaresima, i quaranta giorni di astinenza dal cibo animale, in attesa della Pasqua di Resurrezione, intesa come rinascita e liberazione dal peccato originale. Se questi ultimi sono un esempio di libera scelta, lasciata ai fedeli, nel successivo libro della Bibbia, il Levitico, che è il catalogo delle prescrizioni normative che vengono impartite agli ebrei, e che, per molti aspetti, rappresentano il nocciolo della cultura religiosa e degli obblighi annessi per il triplice monoteismo (Ebraismo, Cristianesimo, Islam), si trova invece un’imposizione per tutto il popolo di Israele, quella del grande digiuno, Iom Kippur, che prevede la totale astinenza totale di cibo e di acqua, per un giorno intero, dal tramonto del giorno prima al sorgere delle stelle del giorno successivo, giorno non soltanto di digiuno, ma anche di preghiera continua.


Questo giorno di penitenza e di preghiera era fissato in prossimità dell’equinozio d’autunno, quando aveva inizio il nuovo anno, come forma di espiazione e purificazione, nonché come dichiarazione di appartenenza al popolo di Dio (Lv 16,29-31). Si tratta di una imposizione a cui era sottoposto tutto il popolo -per i trasgressori era prevista la pena capitale- da praticare nel giorno in cui Dio elargisce il suo perdono al popolo in ricordo del perdono elargito al popolo che lo aveva tradito adorando l’idolo del Vitello d’Oro, nel momento in cui Mosè riceveva le Tavole della Legge. L’interpretazione del significato relativamente a questo giorno ha attraversato la storia dell’ebraismo fino ad oggi. In questo giorno si evidenzia da un lato la bontà di Dio, che ha donato la Legge, e dall’altra, così come era accaduto per il digiuno di Mosè, ci si astiene da ogni elemento riconducibile al materiale[18], per avvicinarsi alla spiritualità pura, ringraziare Dio e impetrare il suo perdono[19]; si tratta di un digiuno che coinvolge tutta la collettività, con il significato di riappacificare tutti i membri che ne fanno parte, riconoscendosi nella medesima identità. Sono due esempi dai quali prendono le mosse alcune delle tradizionali forme di digiuno nelle religioni monoteiste. I quaranta giorni di Mosè li ritroviamo nel digiuno di Elia (I Re 19)[20] e poi ancora nei quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto per sconfiggere la tentazione del maligno[21]. Infine, li ritroviamo nella Quaresima, nata proprio per ricordare la lotta di Gesù con il demonio nei quaranta giorni trascorsi nel deserto, digiunando[22]. Successivamente fu istituita una doppia quaresima, che troviamo descritta nella regola di San Francesco, che comprendeva i quaranta giorni del periodo dell’Avvento. Quaresima ed Avvento diventano due modalità di esprimere un’attesa, un periodo per incontrare i due momenti chiave della vita di Gesù, la nascita e la morte[23]. Da quelle quaranta giornate dell’Antico e del Nuovo Testamento deriva anche il digiuno di Ramadan con gli obblighi penali per chi sgarra, ancor oggi previsti nei paesi a regime teocratico dell’Islam. L’Antico Testamento ci propone altre indicazioni, che anch’esse spianano la via alle tradizioni: dal libro di Samuele apprendiamo che familiari, amici e parte del popolo digiunano in segno di cordoglio per la morte del Re Saul (Sam 31-13). Compianto principalmente, ma anche forma di espiazione e di raccomandazione a Dio dell’anima del defunto; un altro esempio di scambio fra uomo e Dio, reperibile nella cultura occidentale e in tante tradizioni popolari, ancor oggi, sia nella forma del digiuno, espressione del dolore che viene vissuto, senza mediazione inteso come rivisitazione del dolore provato da Gesù durante la passione, sia in quell’altra più familiare dei fioretti[24]. Il digiuno nel periodo del lutto è ancora praticato da tanti fedeli cristiani, in alcune parti dell’Italia, della Spagna e di alcuni paesi dell’Est Europa e in alcune correnti dell’ebraismo; per contro diventa interessante sapere che il lutto, con astinenza o digiuno, viene dopo alcuni rituali di pranzi consumati insieme ai convenuti per partecipare alle esequie[25]. Nel libro di Daniele troviamo invece che la pratica del digiuno ha la funzione di permettere la conoscenza della parola di Dio (Dn 9-3), che ci rimanda peraltro alla pratica del digiuno e della meditazione caratteristica del mondo induista e buddista, digiuno e preghiera per accedere allo stato di Samadhi. Nel libro di Ester il digiuno è praticato per ottenere da Dio la sua protezione, e anche questo fa parte della tradizione cristiana, digiuno e preghiera finalizzati ad ottenere soprattutto la salute…il digiuno guarisce i malati. Respinge i demoni e dissecca ogni efflusso morboso, rende lo spirito più chiaro e purifica il cuore, santifica il corpo e trasporta l’uomo sul trono di Dio. Il digiuno è una grande forza…sostiene Sant’Atanasio. Con queste parole di questo padre della Chiesa potremmo riprendere l’altro grande modello della nostra cultura occidentale, quello classico, greco e latino: Ippocrate sosteneva che il digiuno è il primo e il più importante rimedio per recuperare la salute; questo grande medico propugnava questa pratica senza nessun coinvolgimento della divinità, perché credeva che gli dèi non procurassero malattie agli uomini come castigo e nemmeno li curassero quando si fossero ammalati. Quello che appare dalle tradizioni è che il digiuno è tanto una pratica individuale quanto parte di un rito collettivo, che diviene allo stesso tempo manifestazione di identità etnica o nazionale, come oggi possiamo vedere nelle nostre città, durante la celebrazione rituale del Ramadan, segnale manifesto di identità e di alterità.


Nei Libri dei Profeti si fa menzione per condannare coloro che digiunano senza che rinuncino alla malvagità e al disprezzo nei confronti dei meno abbienti e si condanna esplicitamente coloro che digiunano senza alcun coinvolgimento dell’anima. In Isaia, si legge che Dio non fa sconti…nel giorno del digiuno dopo aver curato i vostri affari, vessate tutti i vostri operai, e voi digiunate fra litigi e alterchi (Is 58,3-5); in Geremia, Dio rifiuta il digiuno come rito esteriore quando non è accompagnato dalla…circoncisione del cuore (Ger 14), infine in Zaccaria la condanna è esplicita per chi digiuna soltanto per il corpo e si richiama alla giustizia e all’amore tra fratelli…quando avete digiunato e fatto lutto [...] lo avete forse fatto per me, proprio per me? [...] Rendete giudizio secondo verità; usate reciprocamente benevolenza e misericordia. Non frodate la vedova, l’orfano, il forestiero, il povero; nessuno nel suo cuore trami il male contro il proprio fratello (Zc 7,5.9-10). Il messaggio è chiaro: il digiuno ha senso soltanto se c’è un corretto rapporto fra gli uomini e un altrettanto corretto rapporto con Dio. Il tema verrà ripreso dai Vangeli, quando Gesù, nel periodo di quarantena nel deserto viene assalito dai morsi della fame, e verrà tentato dal Diavolo…se sei il figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane…e Gesù risponde…sta scritto, non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Matteo 4,1-4). Un altro esempio lo si può desumere dalla parabola del fariseo e del pubblicano[26]. Prima di inoltrarci nell’evoluzione del cristianesimo, dobbiamo fare un passo indietro e andare a curiosare nel mondo antico e nel mondo classico, perché nel suo costituirsi religione nei primi secoli, e poi religione di stato, il cristianesimo fece proprie molte delle tradizioni preesistenti nella cultura che non era stata parte dell’ebraismo, nel quale invece era sorto. Il cristianesimo, con la svolta di Paolo, aprì ai cosiddetti gentili– i non ebrei – questa apertura nei primi secoli favorì la sua grande diffusione, che avvenne anche per la capacità di assimilare molte delle culture preesistenti. Poco sappiamo delle società primitive e quello che taluni hanno immaginato resta per me puramente confinato nell’immaginazione; sono le prime civiltà a fornirci informazioni accertate: Sumeri, Assiro-Babilonesi, Fenici, Egiziani praticano il digiuno durante le cerimonie funebri o durante i giorni dedicati alle divinità[27]; la pratica più nota è quella relativa ai riti funerari di Iside e Osiride[28]. Presso gli egiziani si assisteva al digiuno dei familiari che perdurava durante tutto il rituale di un deceduto per giungere alla conservazione del cadavere, con la mummificazione. In generale, questi riti hanno un comune denominatore: il digiuno è una purificazione propedeutica alla celebrazione del rito, ed è accompagnato da preghiere individuali e inni collettivi, astinenza dal lusso e dalla pratica sessuale. Presso gli Egizi si era affermata anche una forma di digiuno terapeutico, della durata solitamente di tre giorni in un mese lunare, allo scopo di mantenere la vitalità giovanile e favorire la longevità; questo aspetto terapeutico è reperibile anche in alcune tradizioni orientali. Più nota per noi, c’è la tradizione dei greci, i quali praticavano il digiuno prima di recarsi a consultare gli oracoli o durante le feste religiose; soprattutto noti ci sono i rituali che accompagnavano le feste per la dea Demetra, Tesmoforie[29], che si celebravano all’inizio dell’autunno; e per i rituali di chi voleva essere iniziato ai Misteri di Cibele[30], i quali avevano l’obbligo di digiunare per dieci giorni; in tutte le civiltà collegate alla Grecia nel Mediterraneo la pratica del digiuno in occasione delle festività era prassi comune. Sparta è un’eccezione, in quanto il digiuno fa parte integrante della vita spartana per migliore il corpo; abituarsi all’essenziale era per i suoi cittadini uno strumento di preparazione alla guerra e una corretta alimentazione con periodi di digiuno, anche prolungati, era auspicio di longevità e di vitalità. Interessante però è considerare la posizione dei grandi filosofi, maestri di tanti discepoli non soltanto nel passato, ma anche presso i contemporanei: Pitagora praticava e suggeriva il digiuno, anche per quaranta giorni, in quanto aiutava a risvegliare i processi mentali; anche Socrate e Platone suggerivano digiuni prolungati al fine di ottenere il medesimo risultato, l’efficienza della mente. Ora, se pensiamo a quanto abbiano influito sulle correnti di pensiero cristiane le idee di questi filosofi, ci possiamo rendere conto di quanta importanza abbia avuto la pratica del digiuno nei millenni cristiani e fino ad oggi[31]. Il medico greco Ippocrate, ritenuto padre della medicina, utilizza il digiuno come pratica terapeutica, nel suo libro sulle malattie acute, il digiuno è alla base di ogni cura e Plutarco suggeriva di digiunare almeno un giorno ogni ciclo lunare per evitare di consumare farmaci, sosteneva infatti che…il digiuno è un farmaco universale, e aggiungerei a costo zero. 

Torniamo ai primi passi del cristianesimo, quando aveva cominciato a diffondersi nei territori dell’Impero Romano. Partiamo da un dato certo, che troviamo negli Atti degli Apostoli, dal quale apprendiamo che le prime comunità cristiane digiunavano il mercoledì, in ricordo del giorno del tradimento di Gesù, il venerdì, in ricordo del giorno della sua crocifissione e morte.



Contemporaneo agli Atti o forse di poco posteriore, abbiamo un documento importante, Didaché[32], una sorta di catechismo scritto per le comunità nascenti, dove i battezzati erano spesso adulti, che si convertivano alla nuova religione; per loro il digiuno è raccomandato da almeno due giorni prima del battesimo, sia per il battezzato sia per il battezzante, e per tutti si sollecita la pratica del digiuno bisettimanale. Nel prosieguo del tempo, il Cristianesimo si afferma in tutta Europa e in buona parte dell’Oriente e del Mediterraneo dando vita a diverse forme di monachesimo, la più nota delle quali è quella fondata da San Benedetto[33], che fu indubbiamente, fra le tante, la più importante anche per gli sviluppi successivi della storia della cultura occidentale[34].


La pratica del digiuno, suggerita e raccomandata dalla Chiesa e dagli ordini monastici, tanto in Occidente quanto nell’Oriente ortodosso di derivazione greca, slava e russa, è rigorosa e impone ora di comprendere una distinzione, in quanto, già a partire dall’Alto Medioevo, si stabiliscono periodi e modalità di digiuno e periodi e modalità di astinenza. Il digiuno indica la quantità di alimenti da assumere, mentre l’astinenza riguarda gli alimenti da escludere dall’alimentazione. Nei giorni di digiuno era concesso un solo pasto nella giornata, di solito verso il tramonto, dopo la recita dei vespri; era prescritto per tutta la quaresima, nella settimana precedente il cambio di stagione, nel periodo dell’Avvento e nei giorni di vigilia delle feste comandate. L’astinenza era prevista il mercoledì e il venerdì, e il digiuno si restringeva alla proibizione di mangiare animali e loro derivati. Nei monasteri i monaci potevano sottoporsi a regole ancora più rigide. La finalità era di abituarsi all’essenziale, ad essere morigerati, continenti per assaporare le bellezze spirituali allontanandosi dal richiamo della materia. Tuttavia, ai nobili che ne avessero fatto richiesta, erano concesse delle deroghe; questo ci fa supporre che l’esercizio penitenziale, ottenuto dalle restrizioni alimentari, rappresentasse anche un modo di far accettare la povertà, la scarsità di cibo, di porre la condizione di indigenza su un piano di offerta al Cielo per la riparazione dei peccati umani. Queste pratiche di rigoroso controllo del consumo di cibo consentivano inoltre di ottenere anche un secondo risultato, poiché nella scarsità di alimenti, che caratterizzò soprattutto gli ultimi secoli del primo millennio, si protrasse nell’Europa Occidentale, almeno fino all’introduzione degli alimenti introdotti grazie alla scoperta dell’America, questo esercizio di controllo alimentare rendeva più equa la distribuzione delle risorse[35]. Nella seconda metà di quel primo millennio esplode in Arabia il vento dell’Islam, che impone ai suoi fedeli un digiuno totale dall’alba al tramonto, Ramadan, per un intero mese lunare.



Si tratta di un mezzo pedagogico piuttosto che di un mezzo di ascesi spirituale; infatti, si dice che si tratta un dovere affinché…i fedeli siano timorati di Allah. Questa raccomandazione rappresenta la componente spirituale in quanto si attribuisce a questa pratica, lunga un intero mese lunare la possibilità di ottenere una personalità equilibrata, tale da non cadere preda di desideri impropri: il mese di Ramadan rappresenta…un programma annuale di preparazione dei musulmani per rafforzare la loro anima ed il loro spirito, e caricarli di energia spirituale mediante il rafforzamento della loro forza di volontà. Digiunare è un programma spirituale mediante il quale si possono controllare i poteri dell’ira e del desiderio, attraverso l’anima e la ragione. Il controllo assoluto che il sistema imponeva e impone tuttora nei regimi totalitari teocratici islamici è anche un modo di asservire completamente il popolo, di uniformarlo ed evitare che il singolo provi l’ebbrezza della trasgressione. In questi giorni di digiuno, tutti i fedeli sono chiamati a riunirsi più volte in moschea o comunque in sua assenza in uno spazio esterno per il rito di preghiera che è manifestamente collettivo. Il Corano raccomanda inoltre di digiunare almeno una volta alla settimana, meglio il giovedì che precede il giorno festivo del venerdì – non è imposto in questo caso nessun obbligo – rappresenta, in questo caso, una scelta individuale e non una imposizione collettiva. Inoltre, i saggi dell’Islam suggerivano di praticare il digiuno terapeutico, come scrive il grande dottore Avicenna[36] che si richiamava a Ippocrate. Tornando nuovamente nel nostro Occidente, al sorgere del nuovo millennio, nella scuola Salernitana di Medicina, si redige un trattato Regimen Sanitatis Salernitanum, dove di indica il digiuno essere benefico per una serie di patologie dipendenti dall’umore umido, che potremmo assimilare a uno squilibrio di Kapha in Ayurveda. In particolare, il digiuno viene raccomandato per contrastare le malattie reumatiche, quelle respiratorie con catarro e quelle delle vie urinarie. Vediamo così affiancarsi a quella imponente, ormai millenaria tradizione di digiuno strettamente legata al calendario liturgico, una riscoperta del valore terapeutico di questa pratica. Pochi decenni dopo abbiamo la testimonianza di Ildegarda di Bingen.



Questa badessa visionaria coltissima, cosa non così scontata negli anni in cui ella visse, furono anche questi eccezionali per i tempi suoi (1098-1179)[37], aveva acquisito profonde conoscenze delle virtù terapeutiche delle piante, ma non solo, fu una fiera sostenitrice dei benefici del digiuno[38]; riteneva infatti che avesse potere di disintossicare, favorire l’eliminazione di accumuli tossinici nel corpo, far riposare gli organi metabolici, consentendo un completo recupero energetico, fondamentale per mantenere la salute e per recuperarla quando si fosse perduta; allevia i dolori cronici delle articolazioni e favorisce l’espulsione di catarri, favorendo una migliore qualità della respirazione; aiuta la mente a recuperare chiarezza e ad avere intuizione; modera le passioni, alimenta le virtù e avvicina alla maestà divina. Ella sostiene che il digiuno non debba essere inteso come una privazione, ma come una pausa dal cibo, anche per poterlo assaporare meglio, nelle sue qualità intrinseche, perché le cose si comprendono solo nella dualità, come la musica nel silenzio; assaporare gli alimenti consente di non aggravarli di altri sapori, di cui abbiamo bisogno quando non sappiamo più apprezzarli nella loro intima naturalità. Ildegarda saldava l’aspetto puramente terapeutico con quello spirituale, dando una interpretazione anche del legame stretto fra corpo e mente, che insieme conducono alla via dello Spirito, e anche in questo c’è una profonda somiglianza con i principi dell’Ayurveda. Ildegarda era ascoltata da molti, compreso Papi e Vescovi, era un modello di virtù per alcuni ordini monastici, per cui la sua parola ebbe una risonanza considerevole in tutta la cristianità, offrendo un modello di comportamento, uno stile di vita, in cui il digiuno era parte integrante; la sua parola travalicò i secoli e la sua terapia a base di digiuno fu seguita fino al tardo ‘500, quando le nuove istanze razionali, misero in crisi la cultura medievale. Sono tanti i personaggi illustri nel periodo medievale non appartenenti al clero che hanno lasciato una testimonianza sul digiuno, come il filosofo Bacone, il medico Paracelso, per citarne alcuni. La svolta razionalista, a partire dalla seconda metà del XVI secolo, se accantonò l’idea di un digiuno inteso come una via per la spiritualità, mantenne però il suo valore terapeutico, come testimoniano gli scritti del medico Friedrich Hoffmann (1660-1742). Un nuovo interesse salutista venne rinnovato dall’illuminismo, quando vennero avviati studi scientifici su questa tecnica considerata “di controllo della fame”; il fisiologo Charles Chossat (1796-1875) condusse una serie di studi sui colombi, che dimostrarono che le perdite dei tessuti durante il digiuno estremo, a cui furono sottoposti gli animali, sono di entità inversamente proporzionale all’importanza del tessuto stesso per la sopravvivenza dell’organismo e gli organi vitali vengono praticamente conservati integri. Il patologo italiano Luigi Luciani (1840-1919) fece digiunare un volontario per trenta giorni e scoprì che il digiuno si evolve a livello del sistema nervoso in tre fasi: la prima fase è quella della fame, nella quale il corpo si adatta, con tempi variabili, al digiuno, la seconda è quella dell’inanizione, in cui ogni processo fisiologico si mantiene nei limiti della normalità e può durare molto a lungo, la terza fase è quella che diviene patologica, quando l’organismo si aggrava e può rapidamente giungere alla morte, se non si riprende l’alimentazione. Alla stessa conclusione giunse uno dei maggiori studiosi del metabolismo umano, Francis Gano Benedict (1870-1957), dopo aver sottoposto a digiuno numerose persone. Facendosi strada l’idea che il digiuno prolungato, non eccessivamente, mantenevano integri gli organi vitali, consentendo una profonda depurazione dell’organismo, maturò l’idea che questa terapia potesse essere un valido strumento per rinvigorire e ringiovanire il corpo; un primo esperimento fu condotto all’Università di Chicago che confermò questa ipotesi; lo studio condotto su un uomo di  quarant’anni che fu sottoposto a digiuno per due settimane confermò che al termine era nelle stesse condizioni di un giovane di diciassette anni circa. Margareth Kunde, che aveva seguito questi esperimenti, così si espresse…è evidente che laddove il peso iniziale viene ridotto del 45% e successivamente ristabilito da una dieta normale, circa metà del corpo è composta da nuovo protoplasma. In questo c’è ringiovanimento. Notò che anche parecchie parti del corpo non sottoposte a perdita di peso subiscono, dopo il digiuno, cambiamenti significativi nel senso di un significativo ringiovanimento. Così siamo giunti a quella visione che alla fine dell’Ottocento vedrà aprirsi i grandi centri per il digiuno terapeutico. 

 

4.

L’Ottocento, secolo di sperimentazioni, di razionalismo, di tecnica, di industria, vede sorgere i movimenti dei lavoratori e nuove filosofie e ideologie che riducono considerevolmente l’afflato religioso e molte tradizioni si perdono; fra queste anche i vari digiuni che costellavano il calendario liturgico della cristianità. Le religioni monoteiste, laddove viene meno il controllo sociale, perdono forza e tradizione; l’Islam ha ancora un controllo forte nei paesi a dominio teocratico, minore altrove, ma la compattezza dei musulmani aggrega la grande maggioranza dei fedeli per la celebrazione del Ramadan; il mondo ebraico è più variegato, meno monolitico, e praticamente l’unico digiuno che raccoglie una grande parte di fedeli è il Kippur, gli altri sono stati per lo più dimenticati; il cristianesimo è quello che ha maggiormente depauperato il digiuno, anche per successive decisioni della dirigenza ecclesiale che hanno via ridotto non solo i giorni prescritti di digiuno; oggi, nella componente cattolica sono rimasti i digiuni della Quaresima e dell’Avvento, quest’ultimo assai poco praticato, mentre nella chiese orientali di rito bizantino od ortodosso questi due momenti hanno ancora un certo seguito; dovunque sono rimasti pochi a praticare il venerdì di magro e del mercoledì è rimasto, per alcuni, il solo giorno delle ceneri. Malgrado i richiami degli ultimi pontefici, da Giovanni Paolo II fino all’attuale[39], non sembra che il digiuno, come offerta di sé a Dio, abbia un qual certo riscontro presso la maggioranza dei fedeli. Tuttavia, a partire dalla fine del secolo scorso, con l’entrata in Occidente di nuove culture provenienti dall’Oriente, nelle quali il digiuno ha una storia antica e uno specifico ruolo, questa componente spirituale ha rifatto capolino, anche se, come noto, buona parte di queste culture, giungendo nel ricco opulento mondo occidentale, sono state interpretate soprattutto per le loro componenti riguardanti il benessere fisico – destino che ha accompagnato anche la diffusione dell’Ayurveda – per cui, in ultima analisi, il digiuno terapeutico ha decisamente preso il sopravvento. Ecco dunque che, a fronte di una curva decrescente di digiuno legato alla tradizione religiosa e con una finalità, almeno dichiarata, spirituale, ha ripreso vigore il digiuno terapeutico. 

 

5.

Ritorniamo da dove, all’inizio, eravamo partiti: che cosa anima oggi la società consumistica per eccellenza per volgersi alla pratica del digiuno[40]; sembrerebbe che anch’essa sia un’altra forma di consumo: il digiuno è proposto in chiave utilitaristica per regalare al corpo una qualità della vita che consenta di avere e possedere ancora di più, compreso la longevità; sembrerebbe che della millenaria tradizione spirituale, nelle sue differenti sfumature, sia rimasto molto poco. Tuttavia, se approfondiamo le tematiche che sottendono la proposta di digiuno oggi, sembrerebbe quasi di poter scorgervi le tracce di una religiosità che, pur non partecipe della tradizione religiosa istituzionalizzata, provenga piuttosto dalle correnti della religione naturalista, che ha sempre sotteso la storia dell’umanità senza mai organizzarsi in forma istituzionale, e che è facilmente ritrovabile oggi in tante correnti del pensiero contemporaneo, che potremmo definire alternative, e che si richiamano ad una concezione olistica dell’Universo. Se diamo una sguardata a qualcuno dei vari manuali a cui facevo riferimento, reperibili oggi in libreria o in qualche video che circola su svariati canali, mi pare di poter affermare che la pratica del digiuno, in alcuni casi, sia inserita in una più ampia visione che riporta l’uomo al centro di una natura con la quale avere un rapporto di armonia e di reciprocità. Nella riscoperta di questa pratica potremmo dunque, almeno in alcuni settori di praticanti, ritrovare un anelito spirituale, che potremmo ugualmente reperire in coloro che, seguaci di alcune filosofie orientali, come l’Ayurveda, individuano uno stretto legame e una inscindibile connessione fra corpo, mente e spirito, di conseguenza snellire, depurare, rinvigorire il corpo significa anche apportare un giovamento alla mente e allo spirito. C’è un ultimo aspetto che vorrei indicare, ovvero che pur nella ricerca del benessere puramente fisico, la riscoperta della pratica del digiuno, cioè di una mortificazione del corpo, potrebbe comunque manifestare l’esigenza di affrontare un silenzio, perché il digiuno non può essere praticato mentre tutti gozzovigliano con apericena o similari, esso richiede di appartarsi, di ritrovare uno spazio per sé stessi, dove si sia abbandonata tutta la fiera della mondanità; una ricerca di silenzio è l’altro grande tema che richiederebbe altrettanta attenzione: digiuno dal rumore, dal chiacchiericcio continuo fuori e dentro di sé. Insieme al digiuno che passa dall’oralità, occorre forse anche immaginare un digiuno che passi dalle orecchie.


Guido Nathan Zazzu

 




[1] Molti si offrono di guidare individualmente, passo passo, chiunque da solo non dovesse riuscirci, in questa procedura, ovviamente a pagamento.
[2] Già nel 1985, Sandro Spinsanti rilevava che…la diffusione della pratica del digiuno è una moda paradossale che sorge all’interno della più sfrenata società dei consumi. Cfr. Sandro Spinsanti, Digiunare oggi come e perché, in Servizio della parola, n.166, marzo 1985.
[3] Fu l’inizio della fortuna del marchio Kellogg’s. La ditta fu fondata col nome Battle Creek Toasted Corn Flake Company il 19 febbraio 1906, da William Keith Kellogg come estensione del proprio lavoro col fratello John Harvey Kellogg presso il Battle Creek Sanitarium, dove seguivano pratiche depurative basate anche su concetti salutistici che animavano la Chiesa cristiana avventista del settimo giorno. La compagnia produsse e commercializzò i celebri Corn flakes, che ebbero un enorme successo e si cambiò il nome nell’attuale Kellogg Company nel 1922. La loro affiliazione a quel movimento religioso cristiano di tipo restaurazionista ci indica anche che agiva in loro un’idea di digiuno, nata in ambito religioso e spirituale, per cui curare il corpo con questa pratica era una forma di rinuncia a favore del bene dell’anima.  
[4] Otto Buchinger (16 febbraio 1878 – 16 aprile 1966) è stato un medico tedesco, noto soprattutto per aver reso popolare il digiuno terapeutico nell’Europa occidentale. Nel 1919, Buchinger digiunò con successo per quasi tre settimane con un collega, che gli risolse i sintomi, probabilmente in relazione a un disturbo metabolico. Dopo la guarigione, Buchinger si dedicò principalmente a un approccio naturale alla medicina e studiò il digiuno in dettaglio con l’aiuto della letteratura disponibile all’epoca. Nel luglio 1920 fondò un ospedale a Witzenhausen e si trasferì nel 1935 a Bad Pyrmont. Oggi succursali della sua clinica sono dovunque, soprattutto in luoghi di turismo d’élite, e il suo metodo di digiuno è applicato anche in alcune cliniche ayurvediche di lusso.
[5] Fondato da Adolf Just, (Lüthorst, presso Hannover, 8 agosto 1859 – Blankenburg, 20 gennaio 1936) è stato un medico tedesco sostenitore delle teorie naturali di Jean-Jacques Rousseau del ritorno alla natura. Inventò il Jungborn o fontana della giovinezza, nonché una serie di terapie all’aperto. Fondò una casa di cura ad Harz e scrisse il libro Ritorno alla natura. Non si occupò solo di guarigione, ma del modo di vestire, dell’istruzione, dell’agricoltura, di nutrizione (privilegiava l’alimentazione naturale integrale, noci e frutta e riteneva che l’infiammazione fosse il nemico della salute) e fu molto critico sulle vaccinazioni e sulla vivisezione. La base della sua terapia consisteva in abbassare il calore viscerale con acqua fredda, terra (che riteneva più potente dell’acqua), fango sull’addome e sui genitali.
[6] Durante il suo periodo di massimo splendore (tra il primo Novecento e gli anni ’20), la struttura ospitò fino a 250-350 residenti contemporaneamente, attirando visitatori da tutto il mondo. Il paziente più celebre fu lo scrittore Franz Kafka, che vi soggiornò per tre settimane nel 1912 per curare una profonda crisi creativa e problemi di salute. Kafka descrisse dettagliatamente nei suoi diari lo stile di vita del sanatorio e la figura del fondatore Just. Persino il Mahatma Gandhi fu un grande estimatore dei metodi di Just e ne trasse ispirazione per i suoi testi sulla cura naturale. 
[7] Il Sanatorio Lebendige Kraft (Zurigo, Svizzera) è la struttura più celebre legata a questo nome dal punto di vista medico-scientifico. Fondato nel 1904 sul Zürichberg dal medico e pioniere svizzero Maximilian Bircher-Benner, il sanatorio mantenne il nome originale Lebendige Kraft (Forza Viva). Divenne famoso a livello mondiale per l’applicazione della medicina naturale, della terapia della coordinazione e soprattutto per i regimi alimentari a base di cibo crudo e vegetale. Per circa 70 anni fu attivata una succursale anche in Italia, nel circondario di Firenze. 
[8] Miscela di fiocchi d’avena ammollati, mele grattugiate, succo di limone, latte (o yogurt) e frutta secca; la ricetta originale del Dr. Bircher-Benner, era questa: fiocchi d’avena, un cucchiaio messo in ammollo per dodici ore in tre cucchiai d’acqua; mela, un intero frutto grattugiato (tradizionalmente con buccia e torsolo); parte cremosa e acida ottenuta da un cucchiaio di latte condensato zuccherato e il succo di mezzo limone (il latte condensato serviva a dolcificare ed evitare rischi di contaminazione, che, all’epoca, potevano provenire  dal latte fresco; frutta secca, un cucchiaio di noci o mandorle tritate. 
[9] È stata chiusa nel 2021, ma sembra che sia in attesa di riaprire.
[10] Conosciamo per prima cosa questo personaggio. Carlo Arnaldi nasce a Recco, in provincia di Genova, il 10 maggio 1860. Il padre gestisce una farmacia nella località ligure e avvia il figlio agli studi medici. Laureatosi in chimica farmaceutica, subentra al padre nella conduzione della farmacia di famiglia. In pochi anni, grazie a una pozione disintossicante da lui inventata, ottiene anche un notevole benessere economico. A questo punto decide di vendere l’azienda paterna e si trasferisce in una villa in Brianza. Qui viene colpito da una lunga malattia con risvolti sia fisici che spirituali, inducendolo a profonde meditazioni, che lo portano a elaborare una teoria igienista (sperimentandola direttamente su di sé) secondo la quale, grazie a cure naturali e a una ferrea regolamentazione di vita, riesce a eliminare le intossicazioni dell’organismo. Rientrato in Liguria, apre nell’entroterra di Recco la sua clinica e sulla porta di ingresso incide il suo credo aut disce aut discede (impara o vattene). Le cure offerte dalla Colonia costituiscono un’applicazione diretta delle teorie elaborate dall’Arnaldi, ispirandosi ai principi di Ippocrate: il progressivo inquinamento dell’organismo, nel quale si accumulano sostanze estranee e tossiche, determina la rottura dell’equilibrio colloidale della cellula e porta alla patologia; l’alterazione di fondo è una sola, ma i vari aspetti in cui si presenta la malattia derivano dalle tendenze morbose di ciascun individuo, anche secondo fattori ereditari dominanti. Da questi principi discendono i rimedi, che consistono soprattutto in cure disintossicanti (digiuni, pozioni di origine vegetale), accompagnate da un vitto particolare, da cure fisiche e da aeroterapia, avendo pure grande attenzione all’igiene del corpo e dello spirito.
[11] Langhana è una delle sei strategie terapeutiche fondamentali (Shad Upakrama) dell’antica Ayurveda, insieme a Brimhana (nutriente), Snehana (oleazione), Rukshana (essiccazione), Swedana (sudorazione) e Stambhana (astringente/contraente). Langhana è indicato ogni volta che il corpo è congestionato, rallentato a causa dell’accumulo eccessivo o comunque si è appesantito.
[12] C’è un dato che da un punto di vista sociologico vale la pena di considerare, ovvero che la borghesia fin dal suo nascere ha voluto imitare lo stile di vita dei nobili, fino a confondersi con loro, attraverso anche i matrimoni, poi la piccola borghesia ha voluto imitare la grande borghesia, in piccolo ma pur sempre imitando, infine la classe operaia si è imborghesita e il proletariato imita la borghesia e si comporta come tale: che si mangi troppo e male è ormai consolidato e questo appartiene a tutte le classi sociali.
[13] Se qualcuno non sapesse di averla, ci pensano la grande distribuzione e i social, con i suoi guru, a suggerire che ci vuole il digiuno, e lo propongono come si voglia, totale, parziale, intermittente, dalla sera al pranzo, dalla colazione alla cena, una volta a settimana, nei giorni delle fasi lunari, tre giorni al mese, in occasione di equinozi e solstizi, dopo Capodanno, dopo Pasqua, dopo le ferie, a casa tua, guidato dal guru, o in crociera o in qualche luogo ameno, dove la bellezza e l’armonia del panorama, favoriscono il digiuno a base di acqua e frutta, con magiche pozioni, con prodotti costosissimi e magari dove puoi, per non sentire i morsi della fame, meditare o fare yoga all’aperto o in acqua, fredda o calda, e, se proprio vogliamo una figata, in qualche stabilimento termale, dove affidare il corpo ad abili massaggiatori e, se vogliamo una figata super partiamo per qualche esotica località in Svizzera o, se abbiamo più tempo e più soldi, in India o in Thailandia. 
[14] Non mi soffermo ad indicare la ricca bibliografia reperibile oggi nelle librerie su questo tema, ma indico invece come su YouTube o altri social si trovino molti maestri che insegnano l’arte del digiuno proponendo le varie possibili forme di digiuno a coloro che non ne conoscerebbero i benefici o non sono in grado di affrontarlo da sé stessi; Molti di questi maestri forniscono una indicazione sui benefici di questa pratica, ma se si vuole diventare discepoli per impararne effettivamente le modalità, bisogna iscriversi a qualche corso, a pagamenti; questo a dimostrazione che il digiuno appunto è entrato a pieno titolo nel mercato del consumo. 
[15] I devoti alla Madonna di Međugorje sostengono che la Regina della pace impone loro il digiuno come pratica fondamentale e strumento di devozione. Se ai malati è concesso di donare alla Madonna la loro sofferenza, le persone che stanno bene dovrebbero attenersi al digiuno, a pane e acqua, due volte alla settimana, il mercoledì e il venerdì. Il digiuno di Međugorje deve cominciare la mattina e protrarsi fino all’indomani, lungo tutte le ventiquattro ore. Questo particolare digiuno mariano ha lo scopo, per affermazione della Madonna stessa, di allontanare le guerre.
[16] Lasciamo da parte gli altri significati di questo termine, come esser digiuni di qualche arte o scienza o conoscenza e all’opposto essere informati di qualche arte o scienza o conoscenza.
[17] Infatti, i prigionieri di guerra o i deportati nei campi di concentramento non si erano dato l’obiettivo di digiunare.
[18] In questa giornata non è soltanto prescritta l’astensione da acqua e cibo, ma ci si deve astenere dalla pratica sessuale, e occorre vestirsi con abiti umili, senza gioielli e profumi.
[19] Il perdono è soltanto elargito per i peccati contro Dio, non per quelli commessi verso altri umani, ai quali è d’obbligo chiedere perdono e perdonare chi ha offeso, prima del giorno di Kippur; i commentatori successivi su questo punto sono chiari…l’espiazione e il perdono divino sono validi solo se chi ha offeso va a chiedere il perdono alla parte lesa.
[20] Questo episodio biblico ha avuto grande risonanza nella tradizione teologica cristiana; infatti, lo citano i Padri della Chiesa, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e tanti altri, come modello di purificazione spirituale e ascesi verso Dio.
[21] Descritto in tutti e tre i Vangeli sinottici, Matteo (4,1-11), Luca (4,1-13) e in modo più sintetico in Marco (1,12).
[22] Può essere d’interesse comprendere come si sia giunti a formalizzare la liturgia della Quaresima; inizialmente la Pasqua era preceduta da pochi giorni di digiuno, solo nel III secolo le comunità cominciarono a strutturare meglio il periodo di attesa della ricorrenza della resurrezione, e si fece strada l’idea di una preparazione penitenziale, come attestato da numerose lettere di Vescovi e altri del periodo. Con il Concilio di Nicea nel 325, che fu la prima espressione ecumenica della Chiesa si decise di formalizzare questo periodo in quaranta giorni, in memoria sia del periodo di digiuno di Gesù, sia di quello di Mosè, che precedette la consegna delle tavole della Legge. Soltanto un secolo dopo però fu istituita la giornata del Mercoledì delle Ceneri, che separava definitivamente i giorni di feste, di vario tipo, che di fatto erano iniziate con le feste della natività, che avevano preso il posto dei Saturnali del tempo dei romani. 
[23] Su questo binomio, vita e morte, eros e thanatos, cibo della festa e privazione del cibo, ci sarebbe da parlarne per un'intera giornata, anche per il suo essere parte di tutte le tradizioni e di tutte le culture.
[24] Si tratta di una antica pratica devozionale: astenersi da qualcosa per un certo periodo o digiunare un giorno o più, vuoi come donazione di sé, vuoi per impetrare un favore dalla divinità.
[25] I banchetti funebri hanno tradizioni antichissime, precedenti al monoteismo e di cui abbiamo ampia testimonianza nel mondo classico, greco e latino, e oggi hanno ripreso vigore negli Stati Uniti con il Funeral party.
[26] Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato” (Luca 18).
[27] Per quasi tutte le divinità del mondo classico vi erano giorni lieti e giorni tristi, alternanza che ritroviamo nel cristianesimo, per es. con le feste gioiose per nascita di Gesù, il Natale o i riti dolorosi per il ricordo della Passione; in entrambi i casi però il digiuno preparatorio alla festività era prescritto.
[28] La ricorrenza periodica del mito originario, l’uccisione di Osiride da parte di Seth, il lamento di Iside per questo lutto, la ricomposizione del cadavere, dava vita ad una cerimonia pubblica e il digiuno preparatorio era collettivo.
[29] Le Tesmoforie si svolgevano solitamente in autunno e avevano una durata variabile in base alla città in cui venivano effettuate. Il rituale era interdetto agli uomini. Con queste feste si celebrava Demetra che, in lutto per la figlia, rapita e portata nell’Oltretomba dal dio Plutone come sua sposa, non assolse per molto tempo al suo ruolo di divinità della raccolta e della crescita. Festa puramente femminile.
[30] I misteri di Cibele e Attis sono antichi culti esoterici e di salvezza legati alla Grande Madre (Cibele), divinità anatolica della natura, della fertilità e dei luoghi selvatici; anch’essi venivano celebrati all’inizio dell’autunno. Si ispirano al mito di Cibele: Cibele era la Grande Madre, di uomini e Dei, quindi la prima fra gli Dei, la mai nata, l’eterna. Come tutte le dee mediterranee e asiatiche era vergine, ma nel senso antico, cioè donna non sottomessa, si accoppiava e aveva figli, ma non apparteneva a nessun uomo. Suo figlio Attis, racconta il mito, fu partorito senza nessun accoppiamento con un maschio e di lui Cibele divenne molto gelosa, così quando Attis si innamorò di una ninfa per vendetta gli tolse il senno e lui, impazzito si evirò, dal sangue caduto a terra crebbero i melograni. Senza discostarci troppo dal nostro tema, segnalo però la nascita di un figlio senza accoppiamento, e segnalo inoltre che il melograno è il frutto simbolo della festa di Rosh ha Shanà, il Capodanno nella tradizione ebraica, che cade in prossimità dell’equinozio d’autunno.
[31] Anche un musicista contemporaneo come Steve Vai, pseudonimo di Steven Siro Vai (Carle Place, 6 giugno 1960), chitarrista e compositore statunitense di origini italiane, fra i più apprezzati virtuosi di ogni tempo, nel suo secondo album da solista, Passion and Warfare, pubblicato nel 1990, considerato uno degli album di rock strumentale migliori di sempre, per la registrazione di una traccia, For the Love of God, praticò un digiuno per dieci giorni.
[32] Didaché, è uno dei primi testi cristiani, conosciuto anche con il nome di Dottrina dei dodici Apostoli. Incerto l’autore, scritto probabilmente in Egitto o in Siria, fra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C. La sua stesura è contemporanea a quella degli ultimi scritti del Nuovo Testamento, ma per varie ragioni non entrò poi nel canone e non fu accettato dalla Chiesa, ad esclusione della Chiesa Ortodossa Etiope. Il testo originale fu perduto e se ne ebbe conoscenze di alcune parti solo grazie agli scritti di autori contemporanei o di poco posteriori. Fu rinvenuto, nella sua interezza, soltanto nel 1873. Il testo integrale, con traduzione e note esplicative, si trova in Giuseppe Visonà, Didaché. Insegnamento degli Apostoli. Introduzione, testo, traduzione e note (Letture cristiane del primo millennio, 30), Milano 2000.
[33] Benedetto da Norcia (Norcia, 2 marzo 480-Montecassino, 21 marzo 547) fondò nel 525 l’Ordine monacale, che da lui prese nome e che ebbe un ruolo di primaria importanza in tutto il cristianesimo, fino alle soglie dell’età moderna.
[34] Per averne un’idea, suggerisco una breve, ma significativa lettura, reperibile a questo indirizzo: https://osb.org/it/le-nostre-radici/breve-storia-dellordine-dei-benedettini/
[35] Cfr. Maurizio Sentieri – Guido N. Zazzu, I semi dell’Eldorado, Edizioni Dedalo, 1992.
[36] Avicenna (22 agosto 980 – 21 giugno 1037), filosofo e medico musulmano.
[37] Sarebbe opportuno dedicare una intera lezione a questa donna, che ebbe visioni molto molto simili a quelle dei Veda, soprattutto a riguardo delle correnti energetiche e delle ruote fiammeggianti, che serpeggiano nel corpo a sostenere la vitalità.
[38] È stato scritto un libro, Il digiuno secondo Ildegarda, Lydia Reutter, tradotto da Edizioni Mediterranee.
[39] Per una comprensione della posizione della Chiesa Cattolica relativamente al digiuno, si può leggere Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza, pubblicato in Notiziario della Conferenza Episcopale italiana, a cura della Segreteria Generale, n.6, 21 ottobre 1994.
[40] La settimana del digiuno, proposta da una televisione in Germania, è stata seguita da quasi 500.000 persone.

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