venerdì 12 gennaio 2018

YOGA terapia


1. Nella massiccia adesione alla pratica dello Yoga, declinata in tutte le sue forme, più o meno consone e persino più o meno legittimate dal chiamarsi con tale nome, si è fatta strada, in molti proponenti e in molti utenti, anche l’idea che lo Yoga possa guarire da tutti i mali, fisici e non, quasi fosse una sorta di panacea universale.
Si leggono parole, a proposito di questa idea, che perplimono per la superficialità con cui vengono utilizzate, come se la pratica dello Yoga potesse guarire da mali del corpo e della mente attraverso pratiche talvolta ridotte alla mera frequentazione di qualche seminario di pochi giorni di durata. Poco ci manca che venga proposto un qualche estratto da esibire alle fiere come elisir di eterna giovinezza.
Così, a costo anche di diventare impopolare, mi sento di esprimere, con molta chiarezza, che la pratica dello Yoga non è una medicina e non cura nessuna malattia; d’altra parte basta guardarsi con occhio critico intorno per comprendere quanto sia vero, altrimenti i suoi adepti sarebbero quanto meno immuni dalla più parte delle malattie, almeno da quelle più banali come l’influenza, il raffreddore, la tosse, e quant’altro è possibile invece riscontrare durante una lezione di Yoga.
La pratica dello Yoga, senza innestarsi in un adeguato stile di vita e senza l’ausilio di opportune terapie, come insegna l’Ayurveda, che dello Yoga, attinente alla Spirito, è la componente corporale – due facce della stessa medaglia – da sola può veramente poco in termini di risanamento dai mali fisici, forse qualcosa di più può fare per il disagio emotivo, ma anche in questo caso lo stile di vita deve essere il quadro certo in cui inscrivere la pratica, e non possiamo neppure sottacere l’insegnamento chiave dell’Ayurveda, ovvero che mente e corpo sono un’unità, e neppure si può trascurare che i mali prima di manifestarsi nel corpo sono nati nella mente.
Se dunque la pratica Yoga può aiutare la mente a ritrovare il suo equilibrio, certamente il corpo ne avrà beneficio, soprattutto se questo nuovo impulso della mente indurrà a vivere secondo uno stile di vita salutare. Tutto questo percorso non può avvenire immediatamente, e sebbene si possano avvertire dei benefici anche dall’iniziale pratica di Yoga, il risultato di ottenere un migliore stato di salute non sarà certamente immediato, ma necessita di continuità: la pratica dello Yoga non può essere occasionale, affidata a qualche fine settimana in qualche luogo di fascinazione naturale, per quanto si debba ammettere che la frequentazione di scenari naturali sia beneficio per chiunque, a prescindere che essi siano goduti compiendo serene passeggiate o standosene comodamente sdraiati davanti all’orizzonte aperto o compiendo pratiche Yoga o anche semplici esercizi fisici.



2. Dovremmo forse meglio chiarire di cosa si parli quando si parla di Yoga, soprattutto quando se ne parla in relazione ad una sua funzione terapeutica; oggi il termine è utilizzato in modo talvolta decisamente inappropriato per indicare pratiche che con Yoga non hanno nulla a che fare, e il fatto stesso di dover specificare con un ulteriore appellativo, è già indicativo di una deformazione, in quanto la pratica Yoga di per sé non avrebbe bisogno di nessuna specificazione. Yoga della risata, ad esempio, per quanto possa essere gradevole e di liberazione di emozioni represse, con lo Yoga ha ben poco a che fare; alla stessa stregua immaginare che Yoga possa essere pratica ascritta fra le discipline sportive o parasportive, è travisare completamente il senso dello Yoga, che di per sé non può essere competizione, neppure con sé stessi: la pratica dello sport prevede la competizione o anche semplicemente la ricreazione; Yoga non prevede competizione, anche se ahimè oggi molti si espongono e si propongono con questo intento, e non è ricreazione, anzi è impegno.
È sufficiente scorrere i post di un qualsivoglia social network per rendersi conto di come la parola Yoga sia piegata alle più diversificate proposte, congiunte all’offerta di soggiorno relax in SPA o in agriturismo o in luoghi naturali di grande pregio e piacevolezza, come sia congiunta all’occasione di festività come il Capodanno piuttosto che il Ferragosto, insomma uno specchietto buono per tante allodole.
Yoga non è una medicina, pertanto non guarisce, può essere un valido aiuto, questo è indubitabile, ma non si può prescindere da uno stile di vita sano, e per questo si avvale dell’Ayurveda, tanto che si può a ragion veduta affermare che Yoga e Ayurveda sono due facce della stessa medaglia, la prima volta al sostegno soprattutto della mente e la seconda soprattutto del fisico. Separare queste due filosofie di vita, come ormai avviene solitamente, è già di per sé disconoscere la funzione dello Yoga.
L’esercizio fisico che lo Yoga propone, nella sua componente di Hatha Yoga, ovvero la pratica con asana e tecniche di respiro, ha un grande potere di riequilibrio psicofisico, che possiamo a buon titolo chiamare terapeutico, ma non può prescindere dalla cura del corpo, da uno stile di vita appropriato; soltanto se integrato all’interno di un percorso, Hatha Yoga può avere prodigiosi effetti su alcuni organi interni, su alcune condizioni del corpo fisico, su alcune problematiche di tipo psicosomatico, e soprattutto sull’apparato locomotore. Tuttavia anche questo percorso terapeutico non ha nulla di miracoloso, non ha magici effetti di immediata percezione, ed è bene ribadirlo, è un percorso che richiede tempo e paziente dedizione; il miglioramento che può riscontrarsi in una parte del corpo fisico, si ottiene lentamente, con applicazione, e talvolta, è utile anche questo ribadirlo, con applicazione quotidiana, non certo ottenibile attraverso un fine settimana o una settimana intera nel luogo delle meraviglie, dove si può stare certamente molto bene, imparare anche molte buone cose, ma non altrettanto certamente ottenere risultati miracolosi, come molti immaginano o si aspettano, restando poi, nel prosieguo delusi e rammaricati per la spesa inutilmente sostenuta.



3. Prendendo in mano il più antico testo di Hatha Yoga, Hathapradipika di Swatmarama, in una delle prima asana che vi sono descritte, Matsyendrasana, ci si imbatte in questo commento...La pratica di Matsyendrasana stimola il fuoco gastrico. 
Risultati immagini per matsyendrasanaSi tratta di un’osservazione sulla finalità di un’asana, oltre che sul piano meramente osteomuscolare, sul piano fisico; poco dopo, descritta l’esecuzione di Mayurasana, l’autore aggiunge che questa asana...elimina rapidamente tutti i disturbi della milza e dello stomaco, preserva dai disordini degli umori (gastrici), alimenta il fuoco gastrico, difende dagli eccessi di cibo e persino dai veleni. Sono due esempi, che indicano quanto, fin dalla prima stesura di testi a noi noti, si ponesse di attenzione agli effetti che alcune asana potevano avere anche per un corretto funzionamento degli organi interni; i suggerimenti che troviamo sparsi in buona parte delle descrizioni delle asana o delle tecniche di pranayama, sono per lo più indicati nel rispetto di quella che era l’anatomia e la fisiologia ayurvedica. Ed è di particolare interesse che all’inizio della V lezione si sottolinei la necessità di eseguire con correttezza i vari esercizi, sia di Hatha Yoga sia di pranayama, fin qui proposti, avvertendo che...colui che pratica erroneamente lo Yoga può contrarre disturbi di Vata. Un’avvertenza che dovrebbe essere ben tenuta in considerazione ancora oggi, insieme al successivo consiglio di chiudere le sessioni di pratica con Shavasana, in quanto...assumendo (questa) posizione la muscolatura si rilassa totalmente e di conseguenza il Prana fluisce liberamente; il Prana è il respiro vitale, l’essenza stessa della vita.


Il linguaggio squisitamente legato alla cultura in cui erano state prodotte sia l’Ayurveda sia lo Yoga non verrà superato fino alla pubblicazione del libro di Iyengar, pubblicato a Londra nel 1964, e scritto per un pubblico che era ormai al di fuori dell’India, nel mondo, dove la pratica di Yoga aveva cominciato a diffondersi e per questa stessa ragione Iyengar nella prefazione sentì di dover scrivere che...tutti i commentari antichi sullo Yoga hanno sottolineato che è essenziale lavorare sotto la direzione di un Guru (maestro) e, sebbene la mia esperienza provi la saggezza di questa regola, in questo libro ho tentato, con tutta umiltà, di guidare il lettore – sia maestro che studente – ad un metodo corretto e sicuro per imparare le posizioni (asana) e le tecniche respiratorie (pranayama). L’autore era consapevole sia che la pratica dello Yoga aveva ormai travalicato i confini dell’India, sia che essa aveva inevitabilmente cominciato a diffondersi al di là della formazione tradizionale all’interno dell’India. Per questo, dopo una lunga dettagliata esposizione della filosofia che sottende la pratica dello Yoga, e dopo aver dato i contenuti base dello stile di vita che deve accompagnare questa pratica, l’autore comincia a descrivere le singole asana e per ognuna di queste fornisce i benefici, che riguardano sia la struttura osteomuscolare, sia il corpo nella sua interezza, compreso la parte mentale.



Il libro di Iyengar uscì in traduzione italiana nel 1993, quando si cominciava anche nel nostro paese a confrontarsi con le nuove filosofie orientali, con la Medicina tradizionale cinese, con l’Ayurveda e con la pratica Yoga. La prima traduzione italiana di Hathapradipika risaliva al 1970, a cura di una piccola coraggiosa casa editrice di Torino, Savitry, ma il libro ebbe una diffusione limitata e restò prezioso documento di una ristretta cerchia di cultori; nel 1975 fu pubblicato, per conto di Mursia, il testo di André Van Lysebeth, Imparo lo Yoga, stampato a Parigi sette anni prima e che corredava la descrizione dell’esecuzione delle asana con indicazioni sui benefici che esse potevano produrre sugli organi interni e sulla salute del corpo nella sua interezza, dove fra l’altro si trova una bellissima analisi relativa all’adattamento della pratica fuori dall’India...l’occidentale che consulti la letteratura sullo Yoga può essere frastornato dalla divergenza di idee fra gli autori, sia per quanto riguarda la frequenza che varia da una a più esecuzioni quotidiane, sia per la durata consigliata che oscilla da qualche secondo fino a venti minuti. Dov’è la verità, chi sbaglia? Nessuno. Da un certo punto di vista tutti hanno ragione. Basta capirsi. Vi sono vari modi di praticare lo Yoga. Lo yogi indiano pratica diverse volte al giorno e mantiene le posizioni fino a venti minuti. Ma l’adepto occidentale, che dispone di solo mezz’ora al giorno da consacrare allo Yoga, dovrà riservare alle posizioni in media due o tre minuti...Più di quaranta anni fa, Van Lysebeth aveva colto quale profonda differenza si stesse definendo fra Yoga praticato in India dagli yogi e Yoga praticato in Occidente da adepti, spesso come aveva indicato Iyengar, anche senza alcun maestro.

4. Da questi stimoli editoriali si muove la concezione di poter utilizzare la pratica Yoga in forma mirata, finalizzata a ristabilire l’equilibrio psicofisico in una parte del corpo o in un suo ambito precipuo, concezione che a sua volta ha prodotto una interessante bibliografia, con alcuni pregevoli testi, che giunge fino ai libri, che allo stato attuale rappresentano una summa, di Gabriella Cella e di Amadio Bianchi.



La ragione più profonda della scelta di scegliere sequenze di Hatha Yoga in forma definita, mirata per raggiungere un preciso obiettivo, consiste tuttavia proprio in quell’aspetto di differenza che Van Lysebeth aveva colto, ovvero che bisogna restringere la propria attività in un tempo limitato: se il tempo è poco, meglio è dunque concentrarsi nel raggiungimento di un obiettivo.La pratica di una sequenza mirata alla risoluzione di un problema, condotta con perseveranza, se inserita in un adeguato stile di vita, può divenire un valido aiuto, può in alcuni casi offrire una soluzione definitiva ad un problema; tuttavia ad essa non si deve chiedere più di quello che può dare, per cui non si deve sopravvalutarne il benefico effetto fino ad immaginare che possa essere la panacea per ogni male o l’elisir di lunga vita. Yoga chiede pazienza e dedizione, solo a queste condizioni fornisce un contributo alla stabilità psicofisica.La ricerca di una sequenza idonea alle problematiche individuali, che è naturalmente una specializzazione all’interno di un percorso di Yoga, non può essere frutto di immaginazione o di scelte condotte da autodidatta, ma deve essere affidata a chi ha una conoscenza della pratica di Yoga e dell’Ayurveda, che ne è il complemento indispensabile quando si tratta della salute del corpo.

martedì 21 novembre 2017

A proposito dello Yoga nelle scuole













1) Da molte parti si comincia a sostenere questo progetto, avanzato persino dal nostro primo ministro Gentiloni, di inserire Yoga come disciplina nelle scuole italiane[1]. Qualcuno si è domandato se in aggiunta ad altre materie o piuttosto sacrificandone alcune, considerate ormai obsolete, per cui potremmo divertirci, magari con una votazione di massa sul web, se sacrificare il latino o se sostituire l'educazione fisica con ore di Yoga, come sembra sostenere il primo ministro; qualcun altro propone di lasciare libertà alle scuole che possano far entrare insegnanti di Yoga un po' qua e un po' là, disseminati nell'orario settimanale, per dare calma e serenità a classi in affanno soprattutto per l'eccessivo carico di lavoro e di richieste a cui gli allievi sono sottoposti; qualcun altro ancora agogna all'inserimento dello Yoga come strumento di disciplina per giovani virgulti che ne sono privi.

Tutto questo rivela quanto poco si sappia dello Yoga, pur oggi così di moda, quanto sia travisata questa disciplina, quanto l'aspetto meramente fisico abbia preso totalmente il sopravvento in questa disciplina, che è solo accessoriamente fisica.

Da una parte sembra che Gentiloni e compagnia cantante, abbiano colto come sanno ben fare, dove andare a captare voti: Yoga è ormai, nel bene e nel male, consumo di massa; si fa dunque un regalino a tanti suoi fans, così ci si assicura un pacchetto di sostenitori, se mai si dovesse tornare a votare.

Dall'altra parte c'è la pletora di insegnanti di Yoga, a diverso titolo formati, spesso come se lo studio di questa disciplina sia il medesimo dello studio dell'informatica o dell'ingegneria, con tanto di esamini, corsi di aggiornamento, iscrizioni alle associazioni; la più parte con alle spalle un lavoro che permetta loro di praticare la nobile arte dell'insegnamento dello Yoga, tanto di moda, nelle ore libere, e che non aspettano altro che avere qualche introito in più per accedere a quei beni del mondo contemporaneo senza i quali non si può più stare come ad esempio soggiorni di pace e di serenità respirando e recitando mantra, praticando asana in un incredibile scenario offerto dalla natura incontaminata, e dove magari incontrare l'anima gemella.

Dall'altra parte ancora c'è una scuola che domanda sempre di più: prestazioni multiple, test di verifica, di livello, esami; una scuola dove il far fare è diventato norma, senza peraltro nessuna ideologia di riferimento, per cui si possa comprendere perché si deve fare tanto; una scuola sempre più a tempo pieno per sovvenire i genitori che possano continuare a lavorare tanto per consentire ai figli di fare tutto quello che la scuola richiede, che la società esige, che la moda impone. I figli, scolari o studenti, sono perennemente sotto stress a scuola e a casa,  perché sono costantemente inchiestati senza diritto alcuno di poter far niente, di annoiarsi, di avere loro personali curiosità. Quindi, in questa combutta scuola-genitori, facciamo pure uscire dal cilindro il coniglio Yoga con la finalità di rilassare i giovani, prigionieri nelle scuole, ad ore precise nell'arco della settimana: finito matematica c'è Yoga, e tu quando ce l'hai? Prima di quella di inglese. Mi immagino quando l'ora di Yoga possa capitare fra due ore di compito in classe di greco e prima del test di matematica, sai che relax!

E infine, da un'altra parte ancora ci sono coloro che immaginano il potere disciplinante dell'ora di Yoga; a quelli davvero altro non saprei dire se non che la disciplina si impara prima di tutto a casa, in famiglia, insieme all'educazione e al rispetto per l'altrui persona. E quale disciplina potrà mai essere insegnata a studenti in appena raggiunta età adolescenziale autorizzati dai genitori e dalla società, a trascorrere serate e nottate in libertà alcoolica? Sento uno stridore infastidente fra questa idea dello Yoga come strumento di disciplina e coloro ai quali dovrebbe rivolgersi, forse ad essere disciplinati dovrebbero essere i genitori.

Al di là di questa mia visione di questi amari tempi, in cui anche Yoga è globalizzato, massificato, adulterato, frainteso, manipolato, c'è proprio la questione che si apre sull'opportunità di distillare Yoga all'interno di un orario di lezione e persino mi induce a chiedermi come mai non sia ancora venuto in mente a nessuno di introdurre anche un'ora settimanale di massaggio indiano durante la quale gli allievi possano vicendevolmente manipolarsi, o meglio ancora, l'obbligo di un settimanale bagno turco, che peraltro a tanti giovani farebbe molto bene e soprattutto aiuterebbe a migliorare la qualità dell'aria che si respira nelle classi; cogliendo per di più l'occasione di far lavare da uno stuolo di bidelle le scarpe da ginnastica o da sport degli allievi, in quel momento insinuati fra i vapori bollenti, e che raramente sono sottoposte a questa operazione di pulizia.

Considerato lo stato pietoso in cui riversano la più parte delle scuole italiane, per scarsa o nulla manutenzione, immagino studenti con tanto di scarpe e di vestiti praticare qualche asana seduti sui banchi; considerato inoltre che in questi decenni non si è mai arrivati nella scuola italiana ad introdurre lo studio della musica e che, anzi, si sono tagliate ore di materie importanti come la geografia (l'occhio della storia) o l'arte, giunge ben strana questa sollecitazione ad introdurre Yoga nella scuola, tanto da domandarsi cui prodest.

Infine, la domanda da porsi è se lo Yoga sia disciplina introducibile nella scuola diventandone materia obbligatoria. Bisognerebbe comprendere di quale Yoga stiamo trattando; a me sembrerebbe di comprendere che chi sta proponendo questo progetto nelle scuole, in realtà abbia in mente soltanto la parte dello Yoga chiamata Hatha Yoga, quella che per certi aspetti, è oggi, nel nostro mondo occidentale considerata una sorta di ginnastica rivisitata, una ginnastica dolce con una maggiore attenzione al respiro.

2) Considero la condizione Yoga quella nella quale l'uomo è unito a Dio[2], e l'Hatha Yoga è uno degli strumenti che la disciplina Yoga propone per giungere a quella condizione di unione. Dunque anche Hatha Yoga, pur nella sua prevalente fisicità, fa parte di un complesso sistema, che ha una precisa finalità. Estrapolarlo per farne un uso a sé stante, è già di per sé fare qualcosa che Yoga non è e diviene quel che per molti è già, una dolce ginnastica con un'attenzione al respiro. Se così è, non vedo la ragione per cui gli insegnanti di educazione fisica non possano oltre che predisporre squadre di pallavolo o far salire gli allievi sulle corde o sulle parallele, dedicare una parte del loro tempo ad una ginnastica dolce con una maggiore attenzione al respiro. E se così non è, ovvero se immaginiamo che si tratti di una proposta di un primo livello di accesso alla disciplina, si dovrebbe avere chiaro che la sua natura, la natura dello Yoga, è intrinsecamente religiosa e si dovrebbe essere consapevoli che la prevalente religione degli allievi italiani è il Cattolicesimo, che ai suoi vertici si è espresso, anche recentemente, in modo negativo a riguardo dello Yoga accettandone la pratica soltanto come mero esercizio fisico[3]; anche se in ambito cattolico le posizioni sembrano essere piuttosto variegate soprattutto nelle missioni in Oriente, lo stesso Papa Francesco però, che appare così aperto su tante tematiche, su questo specifico tema si è espresso chiaramente sostenendo che Yoga e Zen sono inutili, bisogna aprirsi allo Spirito Santo[5].

Parlare di questo possibile conflitto all'interno della scuola non significa che mi erga a paladino della Chiesa Cattolica, ma semplicemente indico che, forse, chi tanto auspica l'introduzione dello Yoga nelle scuole non ha preso in esame questo aspetto, che deve invece essere anche considerato alla luce del fatto che la scuola italiana, che si professa laica, consente agli allievi di essere esonerati dall'insegnamento della religione e di conseguenza si dovrà poter essere esonerati anche dall'eventuale ora di Yoga; nel caso in cui Yoga fosse invece considerato mero esercizio fisico e assimilato pertanto o integrato alla pratica di educazione fisica, credo che dovrebbe optarsi anche per l'eventuale esonero motivato, così come è oggi possibile ottenere l'esonero dalle lezioni di educazione fisica.

Ammettiamo di poter superare questi ostacoli di natura apparentemente pratica ma anche di sostanza, e pongo un altro elemento di riflessione, legato a quello che nella tradizione yogica è la componente che precede l'accostarsi al semplice livello di Hatha Yoga, asana e pranayama, costituita dai due aspetti: etica, yama, e disciplina, nyama. Il primo, yama, riguarda i comandamenti morali: non uccidere, non mentire, non rubare, controllo dei sensi, non essere avari[6]; comandamenti simili a quelli di altre religioni, fra cui quella cristiana, che generano condanna per chi non vi si attenga e tuttavia contestualmente il non attenersene è ampiamente tollerato nella vita civile e sociale.

La domanda che mi sorge a questo punto è per quale ragione l'Occidente, e nella fattispecie il nostro paese, di tradizione cristiano-cattolica pur professandosi laico, che si è vieppiù allontanato dalle sue pratiche religiose con un processo attivo e progressivo che dura ormai da cinquant'anni, abbia bisogno oggi di cercare altrove quelle regole morali di cui era già al corrente e di cui ampiamente è trasgressore. Mi appare singolare questo progressivo allontanamento da una fede delle origini, che pur nella laicità trasferisce nella pratica quotidiana le forme dell'identità e del riconoscimento come popolo, per far assimilare ai più giovani qualcosa che non appartiene alla loro cultura né a quella dei loro padri né a quella dei loro avi e che proviene da un mondo lontano non solo geograficamente, ma culturalmente e soprattutto spiritualmente. O, forse, questa premessa etica della parte pur considerata la più fisica dello Yoga, si pensa di saltarla a piè pari, così come si saltano i principi etici non solo della cristianità, ma patrimonio di molte altre religioni, e infine di quelli che potremmo chiamare principi della morale naturale, quella che governa gli spiriti laici che non si riconoscono in una religione, ma non per questo sono privi di intensa spiritualità.

Trovo preoccupante questa cultura da tarda e obsoleta New-Age, che si rivolge a un patrimonio che nasce lontano e fuori dalla propria cultura di origine, che lo frammenta e ne importa la parte più materiale e infine lo globalizza a scapito della cultura e dell'identità locale, senza peraltro aggiungere o supplire alla crisi di valori morali che affligge l'Occidente[7].

Il secondo aspetto, nyama, riguarda la disciplina, o meglio un insieme di discipline fisiche e psichiche, la prima delle quali riguarda la pulizia del corpo, che si fonda su una sana alimentazione e sulla purificazione del corpo dalle tossine; a questo proposito mi sembrerebbe che forse sarebbe molto più opportuno introdurre nelle scuole corsi di formazione sull'alimentazione educando i giovani ad accostarsi al cibo con rispetto e senso della sacralità, perché imparino a discernere e ad evitare il cibo spazzatura e tutti quei fronzoli della cultura alimentare contemporanea così cari a tanta gioventù appassionata di cose chimicamente buone e piene di tossine; i nostri allievi, molti dei quali in sovrappeso proprio per errori di alimentazione, avrebbero bisogno di essere rimessi a contatto con la Natura, aiutati a riconoscere gli alimenti secondo la scansione della stagionalità, ad apprendere gli effetti devastanti sul lungo periodo dello zucchero e ad imparare a riconoscerlo come occulto negli alimenti e soprattutto in molte delle bevande che prediligono; dovrebbero essere aiutati a riconoscere gli alimenti freschi e vivi da quelli morti, educandoli al gusto e a saper individuare la tipologia di alimenti più adatti alla loro condizione fisica e psichica, e infine educarli a riconoscere e interpretare le etichette esplicative di ogni prodotto.

Al di là di questo resta la domanda: è importabile Yoga come materia di studio sia pure teorico-pratica nella scuola italiana? A meno di non essere nati in India o di non essere nati in una famiglia che pratica abitualmente Yoga è chiaro che l'incontro con lo Yoga non avviene con naturalezza, non ci si cresce insieme, quindi occorre incontrare Yoga per qualche motivo, e non è sufficiente che qualcheduno ce ne parli, occorre un passo di avvicinamento ovvero scegliere di accostarsi a questa pratica di cui si è venuti a conoscenza, deve esserci quindi prioritariamente uno scatto della volontà individuale; e di questo stato individuale si parla nei più antichi testi della cultura indiana laddove Yoga è un incontro, non un'imposizione, ed è un incontro che non a tutti è dato di fare nella vita.

Questo scatto della volontà che può essere suscitato da informazione, curiosità, o necessità, conduce verso due differenti tipologie di accostamento allo Yoga: una rappresentata dall'idea che praticare Yoga faccia prima di tutto bene al corpo, vuoi perché si è manifestata qualche difficoltà o qualche patologia e si ritiene che la pratica Yoga possa essere di qualche utilità tale da non poterla rinvenire in altre pratiche, come la frequenza di una palestra, di un corso di ginnastica postulare ecc., vuoi perché si immagina che la frequenza di un corso di Yoga possa aiutare il rilassamento, offrire una migliore condizione di pace e serenità alla propria mente; l'altra tipologia è invece rappresentata da coloro che, in qualche modo, sono alla ricerca di una forma di spiritualità che induca a ritrovare il senso della vita, ad offrire una risposta al perché del qui ed ora, ad individuare il rapporto di sé e dell'uomo in genere con l'Universo, universo inteso come insieme di individui posti nello stesso Cosmo; in questo caso è possibile che si stia cercando la Via dello Yoga, che è ben oltre il livello dell'Hatha Yoga, anche se questo livello ne è parte imprescindibile.

Questo insieme di persone in esplorazione si accosta e vive il suo incontro con questa antica disciplina: ognuno a suo modo; fra coloro che cercavano rimedio corporale, taluni ne traggono grande profitto, altri si rendono conto che quei lenti movimenti, quel mantenere le posizioni, quel particolare rapporto fra movimento e respiro, non risponde a quello che si aspettavano; di quelli che ne traggono grande profitto taluni sono stimolati verso un approccio più profondo e si accostano alla meditazione e seguitando si avviano sulla Via dello Yoga. Lo stesso discorso, pur partendo da premesse differenti, appartiene anche alla seconda categoria dove si trovano taluni che muovendo da Hatha Yoga procedono con studio e dedizione e soprattutto con la pratica sul cammino dello Yoga, altri trovano una risposta sufficiente alle loro aspettative in quel poco di pratica settimanale che possono condurre in un gruppo, altri ancora non trovano quello che avevano in mente e speravano di trovare, talvolta attribuendone la causa al maestro che non sa offrire quel livello di spiritualità che stavano cercando, per cui o abbandonano o proseguono nella loro ricerca di una guida idonea alle loro aspettative o scelgono altre vie, vuoi di provenienza orientale, vuoi di antica o recente origine occidentale.

Tutto quanto esposto per sottolineare che ognuno, quando vuole, ha il suo incontro con lo Yoga, ma non sempre, può accadere infatti che questo incontro non avvenga; ognuno ne trae un'esperienza, dalla quale può o non può iniziare un viaggio, e utilizzo iniziare perché incamminarsi sulla Via dello Yoga è un percorso iniziatico.

Per tutte queste ragioni immagino che portare Yoga nelle scuole non sia soltanto un'esperienza inutile, ma sia infine un'esperienza a tutto danno dello Yoga, e per questo sono giunto a immaginare che queste campagne di massificare ancor di più Yoga, in realtà abbiano la finalità di inflazionare un titolo fino a fargli perdere ogni valore.




[2] Traggo da André Van Lysebeth, Imparo lo Yoga, trad. it., Milano, 1975: La condizione Yoga è quella nella quale l'uomo è unito a Dio, idea che ritroviamo nella parola "religione", detto altrimenti esprime la condizione nella quale l'uomo apparente è unito all'uomo reale, con la riscoperta della sua vera natura e di una vita conforme ad essa. Le tecniche Yoga formano una disciplina grazie alla quale l'uomo si forza di giungere alla condizione Yoga.
[3] Una pagina di Famiglia Cristiana di recentissima pubblicazione sembra non lasciare dubbio alcuno su questa posizione, laddove persino lo Yoga è quasi accostato ad una pratica di Satanismo http://www.famigliacristiana.it/articolo/lo-yoga-e-un-rischio-per-la-salute-spirituale.aspx.
[4] Si può leggere a questo proposito l'interessante articolo di S. Brancolini, dove si cerca di mediare le posizioni della Chiesa con la pratica dello Yoga http://www.passioneyoga.it/blog/2014/06/15/e-compatibile-la-pratica-dello-yoga-con-la-fede-cristiana/.
[6] Per una corretta interpretazione invito alla lettura di Mircea Eliade, Lo Yoga - immortalità e libertà, trad. it., Rizzoli, 1995, in particolare le pagg. 58 e segg.
[7] Mi piace, a questo proposito, riportare la riflessione di Amadio Bianchi: Personalmente sono contrario alla globalizzazione, in modo particolare a quella sciagurata che ha "raso al suolo" le nostre meravigliose culture locali, orgogliose della loro diversità, qualità, quest'ultima, tipica, intrinseca, sacra della natura. Insomma io vedo come attraverso la globalizzazione una volta di più l'uomo si rende protagonista di atti vandalici e di vera e propria ignominia verso il mondo. Cfr. Amadio Bianchi, La gioia di vivere con lo Yoga e la YogaTerapia, SpazioAttivo ed., 2013, pag. 9.

giovedì 2 novembre 2017

La Luna Piena nel Canto XX dell’Inferno

Nel Canto XX dell’Inferno, Dante situa la quarta bolgia, dove mette in scena veggenti, indovini, maghi e streghe.






















Chiesa di Santa Maria Novella, Cappellone degli Spagnoli, affresco di Andrea di Bonaiuto, Firenze, Italia [1].

Un Canto complesso, che vede sfilare una sequenza di personaggi, e che si chiuderà con l’apparizione della Luna piena, presentata questa volta sotto la simbologia di Caino.


Canto molto discusso dalla critica, per più di un motivo, fra cui due presunte inesattezze che Dante avrebbe commesso, e per la sua utilizzazione strumentale da parte di quanti ne vedono la condanna di tutto quello che appartiene alla sfera del non razionale, facendo mostra di non comprendere che tutta la Divina Commedia si sviluppa tanto sul piano razionale didattico, quanto su quello esoterico.


Il Canto riguarda quelli che avrebbero preteso di guardare avanti, come i veggenti o gli indovini e quelli che avrebbero utilizzato queste conoscenze per finalità malefiche. A costoro Dante infligge la pena del contrappasso di muoversi come partecipassero ad una lenta processione con il volto totalmente girato all’indietro…


E vidi gente per lo vallon tondo
Venir, tacendo e lacrimando, al passo
Che fanno le letane in questo mondo.
Come 'l viso mi scese in lor più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso.
vv 7-13
E vidi una folla che avanzava nella gran valle circolare. Silenziosa e piangente, al ritmo delle processioni nel nostro mondo. 
Quando il mio sguardo scese più in basso su di loro, ognuno mi apparve essere rivolto mostruosamente all’indietro tra il mento e l’inizio del cazzo.


Silenti e voltati indietro perché hanno parlato troppo e troppo hanno guardato avanti, sembra essere questa una punizione esemplare, eppure Dante prova per loro infinita pietà nel vedere come il corpo, creato ad immagine di Dio, sia così stravolto tanto che le lagrime dei dannati scendono fra le natiche, e lui stesso, a tale vista, viene preso da pietà e commozione, così che si mette a piangere suscitando la dura reazione di Virgilio, il quale lo rampogna in quanto non può esserci pietà laddove si esprime il giudizio divino.



Per confortare il suo rimprovero, Virgilio esorta Dante a guardare la schiera di peccatori e comincia a indicargli inizialmente alcuni personaggi del mondo classico che ebbero il torto di guardare oltre, di scrutare il cielo per dedurne segni da utilizzare per tentare di modificare il corso degli eventi o, ancor peggio, di influenzare le persone con le loro visioni. In questo contesto Virgilio coglie l’occasione di raccontare le origini della sua città natale, Mantova. Quindi il Canto volge rapidamente al termine con la presentazione di alcuni indovini dell’età contemporanea a Dante, Michele Scoto e Guido Bonatti, ambedue consigliere dell’Imperatore Federico II, e Virgilio indica su un gruppo di donne...


Vedi le triste, che lasciaron l'ago,
la spola e i'l fuso, e fecersi 'ndovine;
fecer malie con erbe e con imago.
vv 121-123

Canto controverso, dove manca una figura potente di riferimento, e ad occupare la scena, è Virgilio con il racconto delle origini della sua città, ma che è stato soprattutto interpretato come una condanna dell’astrologia e della preveggenza, pur con diversi giudizi critici.

In realtà Dante in questo Canto, che dalla critica cristiana, passando dall’illuminismo fino al Novecento, ha voluto vedervi una condanna degli indovini e dell’astrologia, non fa questo. Dante piuttosto indica persone che hanno praticato queste arti per finalità non buone.

A partire dal primo di questi personaggi, Anfiarao, che avendo avuto la visione della sua morte all’assedio di Tebe, cercò di sottrarsi al suo impegno militare, ma comunque poi partecipò e trovò la morte, passando da Tiresia che viene mutato in donna non per le sue profezie, ma piuttosto perché aveva percosso con un bastone due serpenti che amoreggiavano e poi mutato nuovamente in uomo, quando percosse ancora due serpenti nel medesimo atteggiamento, e fino a Michele Scoto che utilizzò le sue conoscenze per frode, Dante non accenna mai all’arte della divinazione o dell’astrologia, ed anche nella visione delle donne che abbandonano il loro ruolo di casalinghe, c’è la condanna per l’aspetto magico malvagio.

Nella chiusa, dove si fa riferimento alla Luna piena, Virgilio indica un aiuto che la luna avrebbe dato a Dante nel momento della sua perdizione e dell’inizio del suo viaggio, dove invece non c’è traccia di questo. La critica si è espressa variamente su questa svista, offrendo molteplici interpretazioni. Appare tuttavia non casuale che in un Canto dedicato a chi ha frodato con le conoscenze, infine si cada in una banale svista, a meno di non pensare alla misericordiosa interpretazione dell’uomo e dei suoi limiti.

Porto questo Canto, per questa meditazione del Plenilunio, perché non si cada nell’equivoco di fare, come si suol dire, di un erba un fascio, ovvero che non si può condannare un’arte perché qualcuno di quelli che la professano, ne fa uso improprio, altrimenti lo stesso potrebbe valere per tutte le altre professioni. Dante condanna l’inganno, la frode, l’uso malvagio, che si può fare utilizzando una conoscenza.




[1] All’interno del Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella, precisamente nella parete in cui vi è il “Trionfo di San Tommaso”. Nell’affresco, partendo dall’alto si hanno le sette virtù, suddivise nelle tre teologali, Fede, Speranza, Carità, e nelle quattro cardinali, Prudenza, Temperanza, Giustizia e Fortezza, simboleggiate da angeli di vario colore. A destra e a sinistra di San Tommaso si trovano i quattro evangelisti con San Paolo, che espressamente dichiara di predicare un suo vangelo, e a sinistra cinque personaggi dell’Antico Testamento, tra i quali si nota Mosè con Giobbe, David, Salomone e Isaia. Nel registro inferiore si trovano quattordici stalli decorati, nei quali siedono le personificazioni muliebri delle sacre scienze (a sinistra) e delle arti liberali (a destra), ai piedi di ciascuna delle quali si trova un illustre rappresentante. Ciascuna di esse è protetta da un pianeta, secondo una tradizione pitagorica ripresa nel medioevo da Michele Scoto, san Tommaso d’Aquino e Dante.


lunedì 16 ottobre 2017

Il dono di INDRA

Al saggio Bharadvaja viene consegnato il messaggio dell’Ayurveda, che consisteva nella conoscenza di questi tre pilastri...eziologia, sintomatologia, terapia. Subito Charaka si prodiga ad aggiungere che...questi tre pilastri riguardano tanto gli individui in buona salute quanto i malati.


Da questo ventiquattresimo versetto del primo capitolo si evincono due fondamentali concetti, il primo riguarda l’eziologia, ovvero la ricerca delle cause della malattia, che precede la sintomatologia, ovvero l’analisi dei sintomi con cui una malattia si manifesta; si tratta di un importante valutazione, che verrà poi confermata nel dettaglio in più parti del testo, riguardante la manifestazione della malattia, secondo la quale i sintomi appaiono come conseguenza di una causa, che potrebbe essere attiva da tempo, prima che si manifesti in una qualche forma che diviene appunto sintomo. La conoscenza delle cause è il punto saliente del secondo concetto, quando riguardi gli individui in buona salute; infatti la conoscenza delle cause, che inducono la malattia, è fondamentale per non ammalarsi.

Se richiamiamo all’attenzione il primo dei tre valori dell’esistenza terrestre, così come l’avevano individuati i saggi, preoccupati dall’insorgenza delle malattie, il Dharma, inteso come rispetto delle regole per restare in armonia con l’ordine universale, si chiarisce ancora di più quale sia la visione dell’Ayurveda, relativamente allo stato di salute e alla malattia.

La prevenzione – il termine non è del tutto appropriato, soltanto usato qui come indicazione approssimativa – secondo questa antica lettura del mondo, è la logica conseguenza di un naturale rispetto per il mondo circostante: l’individuo è collocato in un ambiente e con quello interagisce; questa interazione coinvolge tutti gli individui e ognuno di loro ha la responsabilità di mantenersi in salute anche per consentire a tutti gli altri di restare in armonia con l’ordine universale e di conseguenza la salute dell’individuo è causa primaria per la salute di tutti.

Ho detto che prevenzione non è termine del tutto appropriato, in quanto questo termine ha assunto nella nostra cultura il senso di attuare un insieme di operazioni atte a contrastare il realizzarsi di eventi non desiderati, per cui, per esempio si pongono dei dissuasori per impedire che si transiti in un certo luogo al fine di evitare ingorghi o, come accade in tempi più recenti, aggressioni o attentati; in ambito medico si previene l’insorgenza dell’influenza nelle persone debilitate con una opportuna vaccinazione, da effettuare all’inizio della stagione, in cui quel malanno potrebbe diffondersi. Non è questo il significato da attribuire all’idea che ha l’Ayurveda di mantenersi in salute, perché non c’è bisogno di mettere in atto specifici interventi per contrastare l’insorgere della malattia, dovrebbe essere infatti sufficiente il rispetto delle regole per restare in armonia con l’ordine universale, e conseguentemente attenersi agli altri due valori dell’esistenza, Artha e Kama.

Il primo dei tre pilastri indicati da Indra diviene così l’essenziale strumento per mantenere la salute e, contestualmente, il punto di partenza per affrontare lo studio della malattia, che si completa con l’analisi dei sintomi. Infatti, è nel contestualizzare la sintomatologia e nel risalire alle cause che sono all’origine di quei sintomi, che si potrà porre in atto la terapia. Soltanto questo percorso può riguardare gli individui che hanno perso la salute e si trovano nello stato di salute. L’estensore del versetto 24 aveva pertanto ben chiaro cosa riguardasse chi era in salute e chi invece era malato; distinzione di non poco rilievo, che fa dell’Ayurveda non soltanto una medicina, e neppure non soltanto un medicina preventiva, ma è filosofia di vita.



Il versetto 24 si chiude con l’affermazione dell’eternità del dono di Indra...i tre pilastri sono eterni rivelati da Brahma fin dall’origine. L’ordine universale è contestuale alla Creazione dell’Universo, e in questo ordine si colloca anche l’Ayurveda.