venerdì 19 ottobre 2018

Sulle orme di Padre ANTHONY DE MELLO - Mediazione della Meditazione


La scelta di mettersi sulle orme di De Mello, per un ciclo di meditazioni, da affiancare a quelle in essere da molti anni, Le meditazioni del Plenilunio, si muove sia da una richiesta di alcuni, che nel passato avevano partecipato alla tradizionale meditazione dopo la seduta di Yoga, sia da un’esigenza personale di proporre una via di meditazione, che non fosse strettamente legata al momento successivo alla pratica di Yoga, e che era sempre stata di carattere orientale, magari con qualche sforamento sul versante modernista della New Age, utilizzando soprattutto le proposte di Osho, per riprendere una meditazione che si ricollocasse nelle nostre radici, che infine ridesse corpo alla nostra identità storica, ma anche nella considerazione karmica, essendo nati e vissuti in questo Occidente, con le sue tradizioni e la sua visione della spiritualità. 



È pur vero che da molti anni ci ritroviamo per l’appuntamento della meditazione del Plenilunio, che riunisce tutti gli uomini di buona volontà, a prescindere dal loro Credo, se ne hanno uno in cui identificarsi, e della loro vis politica, e si rivolge ai grandi maestri dell’Umanità, che nel corso dei millenni sono stati modello di vita. Questa via di meditazione che tuttora condivido per il suo appello ad affermare i grandi valori che consentono agli uomini di vivere in pace, non appaga tuttavia la meditazione che si pone alla ricerca del rapporto con il Divino.

Personalmente, nel corso del tempo, mi sono sempre più interrogato sul meditare: seguendo le indicazioni provenienti dall’India, madre di tutte le correnti definibili orientali, si è posta in atto una progressiva esclusione dell’aspetto devozionale, che è stato invece proprio della nostra tradizione occidentale. Pur vero che in alcune di queste correnti di provenienza orientale, ci si rivolga in forma devozionale alla grande madre Natura o ad un artefice della creazione, ma manca tuttavia la relazione con un Dio creatore e presente nella vita dell’uomo.

Per questo scelgo oggi quella che potremmo chiamare una mediazione della Meditazione, mettendomi sulle orme di De Mello.

De Mello infatti nasce in India, da una famiglia cristiana, una piccolissima minoranza, che praticava, e pratica - credo - tuttora, un cristianesimo dalle molte sfumature, ma quel che importa è che sedicenne De Mello deciderà di dedicarsi alla vita sacerdotale ed entra nel Collegio dei Gesuiti. 

La sua vita si svolgerà nel guidare esercizi spirituali, fondò un centro che chiamò Sadhana, nome tratto dalla cultura originaria dell’India, in cui era nato e cresciuto, e che vuol dire cammino spirituale, dedicato esclusivamente alla formazione spirituale mediante accurati itinerari di cammino verso Dio. De Mello infatti ha ben chiaro dove l’uomo debba guardare per evolvere e dove debba arrivare: Dio. 

Ecco allora che la cultura spirituale e la pratica della meditazione dell’India viene plasmata per ritrovare la via del cammino verso Dio; non una meditazione finalizzata a perdersi nel Nulla, non una meditazione per potenziare le proprie capacità psichiche, ma una meditazione per rimettersi in cammino, il cammino del piccolo verso l’Assolutamente grande, il cammino del finito verso l’Infinito, il cammino di chi accetta la finitezza spazio-temporale dell’incarnazione, e infine il cammino di chi identifica l’Assoluto, l’Infinito, con un Dio presente e misericordioso, presente perché ha parlato e parla, misericordioso perché nel viaggio verso di Lui ci mostra costantemente quello che nella vita vale e quello che non vale.

Mediazione della Meditazione, in cui forte era il riscatto della tradizione occidentale, e cristiana in modo particolare. 

Da lui, dal suo libro Alle sorgenti, traggo spunto per questo nostro primo incontro.


Troveremo un riferimento alla Natività, che è portato in termini puramente simbolici di tutte le natività, ma è anche vero che, nella storia dell’Umanità, nessun’altra natività è stata assunta in maniera così simbolica di tutte le nascite, e, in nessun’altra religione, una natività è stata assunta come epifania del Sacro in modo così prosaico e profano. E proprio in questa essere prosaico e profano, si colloca la similitudine di tutte le natività.




L’AVVENTO 

Gli eventi della storia sono stati vagliati 
per la mia venuta in questo mondo 
non meno che per la venuta del Salvatore. 

Ogni nascita avviene dopo un preciso vaglio di una storia, che è ben prima di quella stessa nascita, conseguenza allora di quella storia. C’è un perché di quella nascita, che è in quella storia, e che è nel divenire che quella nascita determina, non soltanto per chi nasce, ma anche per il mondo stesso, che con quella nascita non è più lo stesso di prima.
Questo processo appartiene ad ogni nascita. La nascita, come la morte, avviene nel principio dell’uguaglianza.

I tempi dovevano essere maturi...
il posto doveva essere quello giusto...
le circostanze predisposte...
prima che potessi nascere. 

Si nasce perché è venuto il tempo di nascere, in quel posto, dove si parla quella lingua, dove si praticano quegli usi e costumi, dove vige quel diritto, dove si contempla quel dio, in quelle forme, con quella liturgia, dove il clima consente quel modo di vivere e dove la natura fornisce quei beni.
L’esperienza della vita, che del nascere è la conseguenza, si progetta in un altrove, di cui si perde memoria, ma si consuma sulle coordinate individuate da quel progetto.
Ananke, chiamavano i greci questa necessità imprescindibile, inflessibile: i tempi maturi, il posto giusto, circostanze predisposte da un prima senza tempo; il tempo, che separa dal prima, è la nascita che insinua nel tempo, Kronos, che nel vivere si consuma.


Dio scelse i genitori di suo Figlio 
e li dotò della personalità necessaria 
per il Bambino che doveva nascere. 

Ed eccoci a definire il “prima”, almeno indicato per ora nel Figlio suo. Ma la domanda se questo prima non sia questo Dio per tutti, in ogni Incarnazione, è legittima.
Io me la pongo, e mi do la mia risposta. 
Ognuno può legittimamente porsi la domanda e darsi la sua risposta. Ognuno può identificare quel “prima” con l’Assoluto, governatore del creato, con l’Energia, come oggi va di moda dire, o con chi altro o cos’altro voglia, ma in tutte queste identificazioni viene meno il rapporto fra un Essere che progetta il percorso del suo figlio, e un Dio, il Dio, aggiungo io, che invece ne fa programma progettuale con una finalità. Non c’è un Dio così definibile in culture distanti da noi, provenienti dall’Oriente, e oggi così dotate di attrazione e fascino. 

Parlo con Dio dell’uomo e della donna 
che ha scelto 
perché fossero i miei genitori...

Si capovolgono i termini della percezione del rapporto: ora è l’uomo che si rivolge a Dio, l’uomo-io. Da considerazioni di carattere universale si scende nel particolare, nel tessuto individuale di ognuno di noi, che, almeno una volta nella vita, si è domandato quale motivo ci sia stato di nascere da quei genitori, proprio quelli e non altri. Quella nascita, che ha stabilito le prime e più importanti coordinate dell’incarnazione. Qualcuno si interroga non una volta soltanto, ma più volte nel suo percorso esistenziale, in funzione di comprendere il senso del suo essere qui e ora: esistere nello spazio e nel tempo, due confini estremamente precisi, determinati e condizionati dalla nascita. 
Questo percorso porta con sé la comprensione del finito, spazio e tempo definiscono il finito e contestualmente l’infinito: finito caduco e fragile di fronte all’Infinito.

finché capisco che dovevano essere 
il tipo di esseri umani che sono stati 
se dovevo diventare 
ciò che Dio intendeva che io fossi. 

Capisco! Dal latino càpere e poi càpire, prendere afferrare appropriarsi. Fare proprio ciò che non lo era prima. Operazione di acquisizione, infine diventarne padroni: diventare padroni della propria storia, che è cominciata dai genitori in uno spazio e in un tempo definiti. Diventare padroni della propria storia, partendo di lì, da quei genitori scelti perché quella storia, definita nello spazio e nel tempo, avesse senso: diventare ciò che Dio  intendeva che si diventasse, una goccia nell’Oceano, laddove, se quella goccia non ci fosse, mancherebbe. Senso, ovvero la semplice responsabilità verso il mondo intero. Mondo intero è un concetto così vasto da divenire infine astratto, ma ognuno deve guardare al mondo che può vedere e al mondo che lo contiene, e che lui stesso è in grado di contenere; allora non è difficile comprendere la responsabilità verso quel mondo definito nel tempo e nello spazio, dove si situano la famiglia di origine, i parenti, gli amici, tutti quelli che con me esistono in quel tempo e in quello spazio. 
In quel tempo e in quello spazio, non dove piacerebbe, o dove ci si immagina, perdendo di vista lo spazio definito e assegnato.
Si resta figli di quei genitori in quel tempo e in quello spazio; è un’illusione vedersi in altri luoghi, assumendone liturgie, modi, usanze; illusione, quella stessa illusione, che talvolta, si crede di poter evadere fuggendo in mondi che non ci appartengono, assumendo vesti fisiche e mentali improprie; illusione di poter essere altro da quello che si è all’interno di quello spazio, di quel tempo e frutto di quei genitori e della storia che loro hanno incarnato per noi.

Gesù Bambino viene, come ogni altro 
bambino,
per portare al mondo un messaggio. 

La Natività assunta come simbolo di tutte le nascite; una per tutte, soltanto per definirne il senso del nascere. Il perché del nascere. A sua volta ripropone il perché dell’esserci, fin dalla creazione. «La scienza rende esplicito l’incredibile ordine naturale, le interconnessioni a molti livelli tra leggi della fisica, le reazioni chimiche nei processi biologici della vita ecc. Ma la scienza può rispondere solo a un tipo fissato di domande, che concernono il cosa, il dove e il come. Con il suo metodo, potente quanto esso sia, non risponde (e in verità non può), al perché», così si è espresso il grande astrofisico Sandage. Il quale vedeva il grande ordine che esiste nell’universo, il fatto che tale ordine si trova all’interno di ogni singola realtà e tra tutte le realtà nel loro insieme, e afferma: se «non c’è Dio niente ha senso», perché senza Dio, cioè senza una Intelligenza creatrice ed ordinatrice, non trova risposta la domanda più importante: da dove infatti quell’essere, quell’ordine? Da dove quelle interconnessioni, quel “disegno” dell’universo che appare così “miracoloso”? Non certo dal caso: «Il mondo è troppo complicato in tutte le sue parti e interconnessioni per essere dovuto solo al caso».

Quale messaggio sono venuto a portare io?...

Mi affido ancora a Sondage, il quale così si esprimeva: «Sono personalmente convinto che l’esistenza della vita con tutto il suo ordine in ognuno dei suoi organismi è assemblata semplicemente troppo bene. Ogni parte di un corpo vivente dipende da tutte le altre parti (del corpo) per potere funzionare. Come fa ogni parte a saperlo? Come ogni parte si differenzia al concepimento? Più si studia la biochimica, più diventa incredibile che non ci sia una qualche sorta di principio organizzatore, un architetto, per chi crede, o un mistero».
E questo principio ordinatore perché avrebbe messo insieme quel preciso corpo, che ospita la mia coscienza? Perché da un seme sarebbe nata questa pianta in questo giardino, in questo tempo? Questa pianta che fa frutti che hanno semi per altre piante? 

Cerco la guida del Signore per esprimerlo 
in una parola...
o un’immagine...

Alle domande, che mi sono posto, non ho risposta senza una guida, un’interprete, una parola che mi dia una chiave di lettura. Eccomi qua, con la mia finitezza a fare i conti con il limite. Mi sovviene la storiella del bambino che con una conchiglia versava l’acqua del mare in una buca. Storiella attribuita a Sant’Agostino, il quale avrebbe interpellato il bambino su cosa stesse facendo e la sua sorpresa ascoltandone la risposta «Voglio travasare il mare in questa mia buca» e alla spiegazione del santo sull’impossibilità di compiere questa azione. Non si può che accettare l’incommensurabile grandezza dell’Universo, prima ancora di immaginare di comprendere il suo organizzatore, e il mistero che avvolge la sua organizzazione. Non si può far altro che accettare di essere nati in quel momento, in quel luogo, da quei genitori, che parlano quella lingua, che professano quella religione, che hanno quel livello culturale, quelle disponibilità economiche, che frequentano quegli amici, e via seguitando. Non si può che accettare la somma di coordinate sotto cui avviene la nostra nascita, e proprio per questa ragione non si può non accettare che vi sia un messaggio in questo evento. E non si può non accettare la dipendenza dall’organizzatore del tutto per averne un qualche elemento utile ad una comprensione, che potrà restare comunque parziale, quel poco di mare che può stare in una buca, per quanto grande essa sia.

Cristo viene nel mondo 
per percorrere un certo cammino,
per compiere un certo destino. 
Egli ha adempiuto consciamente 
ciò che era stato «scritto» per lui. 
Guardando indietro vedo con meraviglia 
ciò che è stato «scritto»
e si è compiuto finora 
nella mia vita...
e per ogni parte di quello scritto 
per quanto piccola, 
dico: «grazie»...
per santificarla con la mia gratitudine. 

Guardando indietro: ecco la chiave interpretativa. Guardando indietro vediamo la trama che ha segnato la vita. Cristo assunto qui ancora come emblema della vita trascorsa del Bambino, è guardato e interpretato dalla sua eredità, dal lascito elargito ai posteri. Si dispiega il messaggio che ognuno porta, scrutando da lontano nel tempo, quello che è stato, quello che si è compiuto finora, e si santifica quella storia con gratitudine. 

Guardo con speranza
e abbandono 
a tutto ciò che ancora deve venire...
e, come Cristo, 
dico: «Sì. Così sia»...

Valutare il passato ci pone nella condizione di interpretare il presente - siamo in ogni momento quello che siamo stati - e di immaginare il futuro. Apprezzare ciò che è stato, riparare ciò che non va, riprovare con ciò che non è stato, riformulare in ogni momento il futuro possibile, e soprattutto accettare ciò che non poteva non essere, ciò che è stato, e che ci rende oggi quello che siamo. 

Infine rievoco il canto 
che gli angeli fecero risuonare 
quando nacque Cristo. 
Proclamarono quella pace e quella gioia 
che rendono gloria a Dio. 

Ho mai udito il canto che gli angeli 
intonarono
quando sono nato io? 

Vedo con gioia ciò che è stato fatto, 
per mio tramite, 
per rendere il mondo un posto migliore...
e mi unisco a quegli angeli 
nel canto che intonarono 
per celebrare la mia nascita. 

Se non ho udito quel canto alla mia nascita, posso ancora sentirlo, in ogni momento si rinasce: essere consapevoli di questo immenso potere, ci pone nella condizione di ascolto.

giovedì 18 ottobre 2018

La glossa al Salmo XIX nel Salterio Ottaplo di Agostino Giustiniani

Colloco su richiesta di alcuni che hanno partecipato alla Meditazione, questo mio breve saggio, a cui avevo fatto cenno, pubblicato in Judentum und Umwelt, 29, Angelo Vivian, Biblische und Judaistische Studien, Frankfurt am Main, 1990. Pagg. 575-582


Agostino Giustiniani (1470-1536), genovese, domenicano, Vescovo di Nebio in Corsica, è indubbiamente la più rappresentativa figura dell’Umanismo genovese; appartiene a pieno titolo a quella schiera di studiosi e di intellettuali, che fra XV e XVI secolo, per vastità di cultura, molteplicità di interessi, vivacità di incontri e intensità di esperienze, contribuirono alla formazione di una nuova mentalità e di una nuova concezione del sapere, che contraddistinguono l’età moderna.[1]

Particolarmente rilevante fu la sua conoscenza delle lingue orientali e massime della lingua ebraica; tanto che nel 1516 fu chiamato a Parigi da Francesco I per tenere la cattedra di quella lingua, appena istituita presso il Collegio di lingue straniere da lui voluto. Nei sei anni della permanenza a Parigi, Giustiniani si segnalò oltre che come docente di lingua ebraica, anche come attento studioso di testi biblici, come traduttore dall’ebraico e come consulente editoriale presso alcune case editrici[2]. In particolare curò nel 1520 l’edizione a stampa, del testo di M. Kimki, che gli era servito per le sue lezioni, corredato dalle sue annotazioni con il titolo di Liber viarum linguae sanctae Rabbi Mosse Qimahi…cum additionibus eruditi episcopi nebiensi A. Justiniani.[3]  

L’attività di biblista del vescovo genovese era tuttavia iniziata ben prima del trasferimento a Parigi, nel periodo della permanenza nella sua città natale. Profondo studioso dei testi sacri e dei grandi commenti talmudici del medioevo, Giustiniani aveva già dato prova delle sue notevoli conoscenze in campo biblico e in campo cabalistico in un breve saggio pubblicato nel 1513, sui settantadue nomi della divinità che possono essere pensati, ma non pronunciati.[4]  

A quella data comunque Giustiniani stava già lavorando ad un’opera ciclopica, vale a dire una Bibbia poliglotta corredata da commento ai testi. In realtà poi di quest’opera che, a detta di taluni era stata completamente approntata manoscritta e che parte della quale vide Sisto Senese nel periodo del suo soggiorno genovese, uscì a stampa soltanto il libro dei Salmi.[5]



Il Psalterium Hebreum, Graecum, Arabicum et Chaldeum cum tribus latinis interpretationibus et glossis, apparve in Genova nel 1516 e consacrò la fama del Nostro a livello internazionale[6], riscosse infatti grandissimo successo presso gli studiosi del tempo che la considerarono per esattezza se non per magnificenza pari all’edizione di Alcalà del 1515 curata dal card. Ximenes. Quel lavoro poneva Giustiniani nel novero di quegli umanisti quali erano Erasmo, Lefebre d’Etaples, Reuchlin, nel resto d’Europa.

Avrebbe dunque dovuto essere l’avvio del più vasto lavoro di pubblicazione di tutta la Bibbia, Vecchio e Nuovo Testamento, secondo quei criteri individuati per il Salterio; il Nostro, come dice lui stesso, si aspettava che i prelati ricchi e i principi si dovessero muovere, lo dovessero aiutare nello sforzo di far imprimere il restante della Bibbia in quella varietà di lingue, ma la credulità mia restò ingannata, perché l’opera fu da tutti lodata, ma lasciata riposare e dormire perché appena si sono venduti la quarta parte dei libri e con stento potei ricavare i denari che avevo posto nella stampa.[7]  

Il Salterio Ottaplo - così venne presto chiamato per la disposizione in otto colonne del testo, suddiviso in quattro lingue con le traduzioni latine, una delle quali condotta originalmente dall’autore e con la colonna del commento - non ebbe dunque purtroppo ulteriore seguito in edizione stampa e presto nell’abbandono in cui fu tenuta la considerevole biblioteca del Giustiniani, lasciata in eredità alla sua patria, si persero anche le copie manoscritte.[8]

Si trattò di un lavoro ciclopico condotto dal Giustiniani nel periodo del suo soggiorno genovese, durante il quale il Nostro trovò altri umanisti genovesi che collaborarono con lui soprattutto per la stesura del testo in lingua greca, che il Giustiniani conosceva meno bene delle lingue orientali.[9]  

L’attenzione dei contemporanei si accentrò soprattutto sulla colonna delle glosse, tanto che esse furono più tardi ristampate separatamente.[10]  

E precisamente sulla glossa al Salmo XIX soffermiamo ancora la nostra attenzione.

Il Giustiniani giunto al Salmo XIX, in omnem terram exivit sonus eorum et fines orbis terre verbs eorum…, trascurava la grande tradizione interpretativa, che mantiene negli altri Salmi, e inserisce invece un dettagliato resoconto della vita di Cristoforo Colombo e della sua eccezionale avventura atlantica.[11]  

Il Salmo XIX è un inno alla potenza di Dio, al Sole e alla Torah: Dio illumina l’Universo con il fulgore del Sole e illumina l’uomo con il fulgore della Torah. Il Salmo propriamente è diviso in due parti, la prima è considerata un inno al Creatore e la seconda un inno sapienzale alla Torah; esiste tuttavia una sorta di unità tematica, che era già stata individuata dall’esegeta Kimki quando affermava che come il mondo non s’illumina e vive se non per opera del Sole, così l’anima non si sviluppa e non raggiunge la sua pienezza di vita se non attraverso la Torah.

Per la tradizione ebraica il Salmo XIX esprime come nessun altro il canto di lode di Israele verso la rivelazione storica di sé, che Dio gli ha particolarmente rivolto.[12] Per la tradizione cristiana, da S. Agostino in poi, quello è il Salmo che più di ogni altro esprime la gloria di Dio e le opere prodigiose del Signore e diviene così la manifestazione del Cristo nel tempo.[13]  

Giustiniani conosceva bene entrambe le tradizioni interpretative quando si era accinto a metter mano al Salterio e aveva ben presenti anche quelle speculazioni mistiche, simboliche e cabaliste, che nel corso del medioevo erano fiorite sia intorno al libro dei Salmi sia intorno all’aspettativa di una nuova età messianica. Il Salmo XIX in modo particolare aveva già fornito molteplici spunti per una particolare riflessione sul Cosmo, su Dio e sulla sua opera creatrice, sulla mirabile architettura della creazione, che Dio ha donato all’uomo affinché fosse da lui letta e interpretata.[14]  

Giustiniani attraverso queste conoscenze arriva ad individuare questo Salmo, con la sua sottintesa unità e con le sue valenze multiple di inno alla Creazione e alla Torah, come il più idoneo a spiegare la grandiosa avventura colombiana che, alla fine, era una lettura più completa della creazione.

Giustiniani intende peraltro porre subito su un piano non esclusivamente storico, ma piuttosto trascendentale quell’avventura spettacolare, che prima dell’uomo è opera di Dio, infatti in apertura di glossa subito Columbus frequenter predicabat se a deo electum ut per ipsum adimpleretur hec profetia…; il grande navigatore così è subito individuato come lo strumento di cui Dio si è servito per realizzare la profezia contenuta nel Salmo, ovvero di una progressiva acquisizione da parte dell’uomo della Creazione. I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l’opera delle sue mani…la loro voce si espande per tutta la terra, ai confini del mondo la loro parola…Per questo motivo al Giustiniani parve non alienum existimari vitam ipsius hoc loco inserere.

La vicenda di Colombo appartiene dunque secondo il nostro interprete al grande progetto divino di svelare la creazione all’uomo e soprattutto di ricondurre l’altra parte del mondo all’interno della cristianità, come infatti si affretta a dichiarare sostenendo che per opera di Colombo alter pene orbis repertus est Christianorum cetui aggregatus.

Colombo è dunque lo strumento della volontà divina che ha conquistato alla fede popoli non ancora toccati dalla Grazia. Vengono fuse in questa operazione diverse interpretazione mistiche, di derivazione ebraica e cristiana. Giustiniani conosceva quelle speculazioni mistiche che affondavano le loro radici nei circoli cabalistici degli ebrei del XIII secolo e nel pensiero di Gioachino da Fiore. Il misticismo ebraico aveva trovato nuovo vigore proprio alla fine del ‘400 ad opera di J. Abravanel e di taluni cabalisti ebrei, i quali fondandosi sull’interpretazione di un versetto di Giobbe (38,7), avevano proprio fissato nell’anno 1492 l’inizio di una nuova età.[15] E quell’anno fatale, con i suoi incredibili sconvolgimenti e soprattutto con l’esodo dalla Spagna, apparve agli ebrei davvero un anno chiave e a molti di essi non sfuggirono i legami espressi e sottintesi con la scoperta dell’America.[16]

A. Giustiniani sembra far proprie queste diverse interpretazioni e riconosce in Colombo l’uomo destinato a realizzare la profezia relativa alla completa conoscenza del creato da parte dell’uomo, momento essenziale per poter affermare l’instaurarsi di una nuova età, che avrebbe affermato a sua volta la cristianità in tutto il mondo. L’interesse del Giustiniani non è dunque storico o almeno non esclusivamente storico, il che motiva il fatto che per la narrazione della vita e dell’avventura colombiana egli abbia quasi integralmente tratto le sue note da quelle dell’annalista genovese A. Gallo.[17] Il suo spirito acutissimo l’aveva indotto a cogliere il ruolo fondamentale della scoperta del Nuovo Mondo, l’ultima parte sconosciuta del mondo, ovvero il ruolo all’interno del piano salvifico dell’umanità.

Letta in questa chiave la glossa al Salmo XIX diviene la prima riflessione in chiave apocalittica della Scoperta dell’America, fatto epocale che sollecitò non poco gli intellettuali e i movimenti religiosi dalla prima metà del ‘500 a quasi tutto il ‘700, sia pure con valenze diverse.

Giustiniani fu il primo a cogliere, secondo la grande tradizione apocalittica tardo medievale, la valenza in qualche modo trascendente ,della scoperta dell’America e a farne oggetto di una sua particolare considerazione.[18]

Guido Nathan Zazzu




Note al testo: 

[1] Sulla figura di A. Giustiniani, per certi aspetti della sua spettacolare cultura ancora misconosciuto, ho scritto un provvisorio profilo della vita, cfr. G.N. ZAZZU, Ritratto di Agostino Giustiniani, in Studi Genuesi 1986, n.4., n.s.
Sulla sua figura di studioso si possono consultare i contributi presentati in occasione del Convegno di Studi Agostino Giustiniani annalista genovese ed i suoi tempi, Genova 28-31 maggio 1982, editi in Genova nel 1984; ma in quell’occasione non fu indagata la sua attività di biblista e di profondo studioso delle lingue orientali; a questo riguardo si possono consultare i lavori di G.G. MUSSO, La cultura genovese fra il ‘400 e il ‘500, in Miscellanea Storica ligure, I, Genova, 1958, pp. 121-187 e Libri e cultura dei genovesi fuori Genova tra medioevo ed età moderna, in Atti e memorie della società savonese di storia patria, X, 1976, pp. 109-134; ora entrambi gli studi sono ripubblicati in G.G. MUSSO, La cultura genovese nell’età dell’Umanesimo, Genova, 1985.

[2] Sull’attività editoriale di A. Giustiniani a Parigi si può consultare il puntuale lavoro di A.M. SALONE, La fortuna editoriale di Mons. A. Giustiniani e della sua opera, in Atti del Convegno di Studi, Agostino…cit., pp. 137-146.

[3] Il testo fu pubblicato a Parigi, apud Gourmontium, e ne esiste ancora un esemplare presso la Biblioteca Nazionale di Parigi.

[4] cfr. A. GIUSTINIANI, Praecatio pietatis plena ad Deum omnipotentem composita ex duobus et septuaginta nominibus divinis hebraicis et latinis, cum interprete commentariolo, Venezia, De Paganis, 1513.

[5] cfr. N. GIULIANI, Notizie sulla tipografia ligure sino a tutto il sec. XVI, in Atti della Società ligure di Storia patria, IX, Genova 1869; a Pag. 56 nota 1: “nello stesso modo del Salterio, dice Michele Giustiniani, (gli scrittori Liguri, pag. 1, col. I) scrisse anco l’uno e l’altro testamento, veduto parte da Sisto Senese e parte da Corrado Gesnero”.

[6] Il testo apparve in Genova in aedibus N. Justiniani Pauli, P.P.Porrus.

[7] cfr. A. GIUSTINIANI, Castigatissimi annali con la loro copiosa tavola…, Genova, 1537, carta CCXIIII.

[8] L’eredità di A. Giustiniani, consistente soprattutto nella sua pregevole biblioteca, che come lui stesso sostiene “il paro (che sia detto senza invidia) non è a tutta Europa, come che io gli abbi (i libri) congregati dalle remotissime regioni con suprema diligenza e con maggior spesa che non si conveniva alla facultate mea…” (cfr. A. Giustiniani, Castigatissimi, op. cit. carta CCXXVr) andò presto dispersa per l’incuria dei governanti della città che l’avevano appunto ricevuta in eredità.
Di quella considerevole biblioteca ne sono rimasti soltanto due parziali elenchi stilati qualche anno appresso la morte del Nostro, quando i volumi subirono una prima frantumazione e furono depositati presso diverse biblioteche della città, cfr. F.L. MANNUCCI, Inventari della Biblioteca di A. Giustiniani, in Giornale Storico e Letterario della Liguria, 1926, pp. 263-291.

[9] Jacopo Forni e Battista Cigala sono espressamente citati dal Nostro, ma sempre negli Annali quando Giustiniani parla di sé cita come suoi colleghi di studi altri personaggi, dei quali tuttavia non possiamo azzardare una specifica collaborazione per il Salterio.

[10] cfr. Glossemata sive annotationes sparsae et intercisae in octaplum Psalterii in J. e R. PEARSON, Critici sacri sive doctissimorum virorum in S.S. Biblie annotationes et Tractatus, London, 1668, vol. 10, To IV.

[11] Il testo della nota marginale ha interessato più gli studiosi di Colombo che altro, cosi il testo è stato pubblicato integralmente in Raccolta Colombiana per il quarto centenario della Scoperta dell’America, Parte III, vol. II, Rana 1983, Narrazioni Sincrone e Coeve, CXVII, pag. 245-247.
Il testo è stato poi ripubblicato per esteso in appendice al lavoro di A. AGOSTO, Agostino Giustiniani e Cristoforo Colombo, in Agostino Giustiniani annalista…, cit.
Il senso di queste indagini era però quello di documentare l’interesse del Giustiniani per la scoperta del Nuovo Mondo e soprattutto per A. Agosto si trattava di indicare quali erano state le fonti a cui aveva attinto il Nostro per la stesura della sua glossa.

[12] Il Salmo viene ancora oggi utilizzato come canto ed inno alla Creazione nella liturgia sinagogale del Sabato e della festività.

[13] cfr. AGOSTINO, Esposizione ai Salmi, in Opere di Sant'Agostino, Città Nuova, 1967, pag 235.

[14] cfr. G. SHOLEM, Le grandi correnti della mistica ebraica, Genova, 1986, passim.
Si rammenta qui per inciso che la bibliografia sul Salmo XIX è sterminata, si può comunque a tal proposito consultare la ricca bibliografia riportata da G. RAVASI, I Salmi, Bologna, 1986, pag. 347.

[15] Diremo qui per inciso che sul libro di Giobbe si soffermò a lungo l’attenzione di Giustiniani, il quale nel periodo del suo soggiorno parigino ne curò un’edizione a stampa, Liber Beatus Job quem nuper hebraice veritati restituit A. Justiniani, Parigi, s.d., Praelum Ascensianum.

[16] Sul collegamento fra scoperta dell’America e attese messianiche nel pensiero ebraico, cfr. G. N. ZAZZU, Il Mondo Nuovo o i paesi ritrovati, in Atti del IV Convegno internazionale di Studi Colombiani, Genova, 1987.

[17] cfr. A. GALLO, De navigatione Columbi…in RR.II.SS., n.e., XXIII, parte I.

[18] Interpretazione analoga, offriva nel 1525 A. Farissol geografo e biblista, nel suo Itinera Mundi, Ferrara 1525, al cap. XIX dove appunto riferisce della spedizione atlantica di Colombo.